Vago per Venezia, in questi giorni, pensando a Villa Pignatelli. Sarà il comune destino degli orti urbani e dei giardini segreti a tenermi avvinta, ma ad ogni edificio neoclassico - e qui bisognerebbe parlare delle ville palladiane, ma in laguna se ne vedono modelli ridotti per ovvie ragioni di spazio insulare - paragono la mole elegante della Villa-museo. Per paradosso, l'oggetto che qui più le somiglia, anche per la destinazione d'uso, è la Fondazione Guggenheim. Ma Villa Pignatelli non ha l'allure contemporanea e maledetta della storia appena trascorsa, benché sia sin dalle origini un oggetto internazionale: se, infatti, l'ampio terreno su cui sorge era proprietà sin dal Cinquecento dei Principi di Belvedere, è nel 1825 che la vendita, prima a Lord William Drummond e poi a Lord Ferdinand Acton, ne determina la nascita e il destino. Lord Acton, tanto per cominciare, porta un nome celebre: è il nipote dell'ammiraglio che ha salvato Maria Carolina e Ferdinando durante la rivoluzione del 1799. Il ramo napoletano degli Acton, legato da quel momento ai Borbone, fra alti e bassi finanziari sarebbe sempre rimasto a Napoli, fino ai giorni nostri. E nel 1827 lord Acton, dopo aver comperato il terreno ancora incolto, dà incarico a Pietro Valente, allievo dell'architetto Niccolini (l'abbiamo ricordato per il Palazzo degli Studi, ovvero l'attuale Museo archeologico nazionale, per Palazzo Reale e il Teatro San Carlo), di edificare la villa in riva al mare. Dieci anni dopo Acton moriva e sua moglie, Maria Luisa Pelline di Dalberg, si risposava suddividendo la proprietà, venduta per una metà a Carlo Lefebvre e Francesco Verhulet e per l'altra a Carlo Mayer von Rothschild, erede della grande famiglia di banchieri francofortesi, già a quei tempi circondata da aura mitologica, poiché Nathan, uno dei fratelli di Carlo, si era arricchito con la caduta di Napoleone oltre ogni limite. Narra la cronaca che la borsa dell'oro puntava incerta fra la vittoria francese e quella inglese, ma Nathan, assai ben informato (aveva un suo personale inviato a Waterloo munito di piccioni viaggiatori che impiegavano fino a Londra un giorno invece dei tre dei messi a cavallo!), finse con l'acquisto di un gran numero di quote la vittoria dell'imperatore, pur sapendo che le sorti della battaglia volgevano a sfavore di Bonaparte. Tutti gli investitori lo seguirono e quando si riseppe della sconfitta il profitto di Nathan fu enorme: qualsiasi romanzo o film o reportage vi abbia impressionato sulle tecniche di vendita e acquisto della new economy non può che copiare da chi ha inventato ogni sistema - sporco e pulito, ammesso che di puliti ve ne siano in economia - come ben sapevano Balzac, Dickens e altri narratori attenti alle gesta dei loro contemporanei. I Rothschild si erano nel corso degli anni impiantati nelle principali piazze europee e Napoli con la corte dei Borbone non poteva certo mancare all'elenco: tuttavia il destino familiare non fu a lungo favorevole alla famiglia dello scudo rosso (questo il significato del cognome) poiché già prima dell'Unità altri banchieri locali e stranieri avevano avuto più fortuna sull'ambita ma difficile piazza della nostra città e con l'arrivo dei garibaldini sia i sovrani sia il loro banchiere ufficiale furono costretti a fuggire. Sette anni dopo, era il 1867, gli eredi Rothschild vendevano la Villa che aveva portato il loro nome, dopo quello di lord Acton, al duca di Monteleone da cui avrebbe ereditato il principe Diego Pignatelli Cortez, sposando donna Rosa Fici, duchessa di Amalfi: per i napoletani, che molto l'avrebbero amata, Donna Rosina. Ed è proprio con Donna Rosina che Villa Pignatelli assume da subito una funzione che l'attuale destinazione museale rispetta: Rosa Fici non ama la mondanità fine a se stessa, pur non mancandole né lo spazio idoneo - a chi visita la Villa l'estrema eleganza delle sale balza agli occhi - né l'apprezzamento sociale. Preferisce la musica e gli studi: il riordino di un grande archivio familiare occupa le sue giornate. Documenti che vanno dal XIII secolo all'oggi ne fanno parte e verranno da Donna Rosina lasciati all'Archivio di Stato cittadino. E poi i concerti: ancor oggi, secondo i desideri dell'ultima proprietaria del luogo, d'estate una stagione di musica da camera si tiene nella Villa. I napoletani accorrono puntuali e qualche volta capita anche a me. A volte faccio tardi e il concerto è già iniziato, o mi trovo a passeggiare quasi per sbaglio nel giardino: è bellissimo spiare la musica che esce dalle colonne e si perde nei prati. Il traffico della Riviera di Chiaia e il passeggio rumoroso delle domeniche popolari si attutisce e ho l'impressione, per pochi istanti, di essere altrove. Proprio a Venezia, magari, o in Francia, o in Austria. Basta non alzare lo sguardo a spiare il cemento che circonda la collina. Oppure si può selezionare solo l'angolo liberty che da Parco Margherita si arrampica verso San Martino. Una selezione disciplinata e impraticabile sulla lunga, purtroppo. Ma come voleva Donna Rosina, che certo non immaginava la spaventosa configurazione architettonica che avrebbe avuto il sopravvento dopo gli anni Cinquanta quando, con testamento pubblico, il 10 dicembre 1952 faceva dono allo Stato della Villa a patto che nulla venisse modificato, ci si può ancora riuscire, se lo sguardo resta nel prato, fra le vetrate della grande loggia, nell'acqua delle vasche dove nuotano papere e anatre. Oggi Villa Pignatelli contiene la collezione d'arte del Banco di Napoli in forma stabile ed ospita belle mostre cicliche: sulle gouaches, su Giacinto Giagante, ad esempio. Un anno in questi giardini si è tenuto anche il Comicon, la mostra mercato del fumetto. Il museo delle carrozze e delle auto d'epoca nascosto nel folto della vegetazione è un piccolo gioiello. Le stanze, vegliate con cura, mostrano piatti, apparecchiature, librerie, ritratti, statue. Per di più questo è uno dei pochi spazi verdi rimasti in città e preservati per il pubblico. Certo, non è il museo Guggheneim e il biglietto non ti toglie anche la fodera dal portafogli, ma di questo non ci si può lamentare: come di ogni bella cosa di Napoli bisognerebbe godere, conoscere e conservare, prima che l'entropia divori tutto. Dal vaporetto per Torcello, fra gli orti verdi ingoiati dall'azzurro della laguna, fra acque e terre che lottano come nel bellissimo film animato «La città incantata» di Hayao Miyazaki (dove una ferrovia scorre come il vaporetto sull'acqua e fantasmi navigano fra i viventi: un'idea di certo veneziana, visto che Miyazaki all'Adriatico ha dedicato un altro suo capolavoro introvabile, «Porco rosso»), mando un pensiero alla nostra Villa quasi palladiana: li avessimo noi tanti turisti quanti ne ha Venezia. E i veneziani se ne lamentano...