Il rapporto della politica con la città, a Napoli come altrove, dovrebbe essere un dialogo, ma da tempo è ridotto a un soliloquio. Prendiamo come campione rappresentativo i commenti e le lettere apparsi su RepubblicaNapoli nellultimo mese. In soli trenta giorni si contano decine di domande, serie, vere, che giornalisti, opinionisti e cittadini rivolgono agli amministratori su problemi importanti della vita associata. La risposta della politica è un silenzio fragoroso. Se cè risposta, è spesso piccata, irata. Non è la stampa ad aver perso la funzione di "cinghia di trasmissione" critica tra cittadini e amministratori. È la politica che ha deciso di parlare solo a se stessa, è autoreferenziale, si dice oggi. Per converso, le domande che la città pone divengono soliloqui. Questo stile di comportamento, limitatamente agli argomenti di cui mi occupo su questo giornale, inizia con il restauro della Villa comunale sul lungomare. Levento appartiene agli anni Novanta, ma è importante perché, sebbene fossimo nel pieno della "stagione rinascimentale", simpose allora un metodo di gestione dai tratti oscurantisti. Il progetto del designer milanese Mendini non convinceva. Intervennero fior dintellettuali a difendere le ragioni della Villa, non per bloccarne il restauro, ma per dire: bisogna progettare in modo diverso, più rispettoso della storia e della stessa modernità. Lo sottoscrissero persone come Mirella Barracco, Cesare de Seta, Renato De Fusco, che qualche credito culturale con questa città hanno pur guadagnato, né sembrano appartenere a lobby di sistematica interdizione politica. Da parte dellallora Amministrazione comunale, nessuna risposta. Si arrivò al punto di provare un campione della nuova cancellata alle cinque del mattino e al cospetto di una ristretta commissione per evitare giornalisti e coinvolgimento destranei. Il risultato del restauro risulta qualitativamente modesto, anche perché è mancato il confronto. Uno stile di comportamento omissivo che ancora oggi, in questi mesi, non risponde alle molte domande sul futuro urbanistico del litorale di Bagnoli, dellAlbergo dei poveri, del centro storico. Sul porto-canale di Bagnoli non si hanno ancora certezze. Persone scientificamente accreditate ritengono che non si possa fare; tecnici di pari affidabilità sono di opinione contraria. In altre città si sarebbero fatti confronti pubblici. Qui, nulla. Da Bagnolifutura solo risposte apodittiche: il porto-canale si può fare. La Soprintendenza è contraria per ragioni paesaggistiche, ma si va avanti lo stesso. Per lAlbergo dei poveri, i restauri proseguono e ci sono finanziamenti dedicati (buona notizia) ma il suo destino è vago. Lidea della "Città dei giovani" è tanto generica da autorizzare unincontrollata lottizzazione di spazi e funzioni. Alla fine, nella perdurante assenza di un piano generale dutilizzazione più rigoroso, il grande monumento rischia di diventare un caravanserraglio. Infine, il centro storico, tipico argomento da soliloquio perché vengono disattesi gli appelli Unesco, le denunzie quotidiane per il degrado diffuso, linvito a discutere su progetti. Ci sono fondi europei da spendere, circa 240 milioni. Cè un protocollo dintesa tra Regione, Comune, ministero Beni culturali e Arcidiocesi di Napoli che affida al Comune il compito di varare un "Grande Programma". È la terza volta in due mesi che su questo giornale e sul centro storico sono poste le stesse domande. È stato deciso dove e come spendere questi fondi? Si stanno facendo i progetti? Chi li sta facendo? Concordati con chi? È stata coinvolta in questoperazione la parte migliore e più qualificata della cultura architettonico-urbanistica, delle professionalità e dellimprenditoria napoletane? Se tutto ciò non è ancora accaduto, linerzia è colpevole. Se ciò sta accadendo ma in forme e sedi irrituali, la questione è ancora più grave, perché nei forum pre-elettorali per il secondo mandato, il sindaco Iervolino aveva preso un impegno molto preciso sulla necessità di condividere le grandi scelte strategiche. Quella per il centro storico lo è nel modo più emblematico e le istituzioni che hanno sottoscritto il protocollo, pur qualificatissime, non rappresentano la città in tutte le sue articolazioni sociali e culturali. Si racconta che Lauro quando prendeva opinabili decisioni urbanistiche con i suoi assessori, dicesse preoccupato: «Chissà cosa penseranno ora Roberto Pane e Luigi Cosenza». Si trattava di un interrogativo retorico, perché la macchina speculativa partiva di gran lena e le decisioni diventavano sempre migliaia di metri cubi dinsolente edilizia riversata sulla città. In filigrana tuttavia, si avvertiva in quelle parole anche il riconoscimento alla cultura dun ruolo di magistero critico ed etico, ancor prima che politico. Circostanza che oggi, con tutta evidenza, non accade, e la "cultura che critica" continua a recitare soliloqui.