Ieri si è giocato un tempo importante, nella partita per il futuro della Biennale di Venezia. E in questa partita la commissione cultura della Camera ha rigettato gran parte del decreto di riforma che aveva firmato il ministro per i Beni e le attività culturali Giuliano Urbani, accogliendo gran parte delle proposte dell'opposizione, bocciando idee strampalate e pericolose come la «Consulta» degli enti estemi, come il sottoporre l'ente al controllo governativo. In sostanza, lo «scippo» a Venezia è stato frenato, ma non bloccato per sempre. La città continua a rischiare e all'ente il clima è di preoccupata attesa. Come risposta Urbani ha fatto buon viso a cattivo gioco, si è detto soddisfatto anche se magari masticava amaro. Vero è però che non ha perso su tutti i fronti e infatti dichiara alle agenzie: «Le paure manifestate riguardavano solo aspetti secondari». C'è chi dice che vuole portare un nuovo decreto di riforma al consiglio dei ministri già domani. Improbabile che ci riesca. Tanta fretta d'altronde è facile capirla: il ministro ha tempo un mese per dare nuova veste all'ente veneziano, il 23 gennaio il presidente Ciampi dovrà aver firmato un nuovo testo, poi la delega (che lui aveva chiesto) decade. Un tempo decisivo di questa complicata partita si gioca lunedì: il cda ha in programma di nominare Moritz De Hadeln direttore della mostra del cinema 2004. Se la nomina non passa (per il bene della mostra del cinema dovrebbe passare subito) il presidente Franco Bernabè dovrà decidere come comportarsi. Lui per primo vuole De Hadeln e in caso contrario in passato ha annunciato che si sarebbe dimesso. Su De Hadeln «esiste un problema di progetto mollo ambizioso che non è mio», ha detto Urbani. Che vuoi dire: per me va scaricato. E Bernabè, che finora ha non ha ceduto alle voglie governative, cosa farà? Facendola breve cerchiamo dì elencare cosa cambia rispetto al testo governativo (scusate, la materia non è delle più coinvolgenti): è abolita la Consulta degli altri enti italiani (Cinecittà, Triennale di Milano, Eti, eccetera) e al suo posto nascerà un comitato tecnico-scientifico - i componenti saranno incaricati dal cda dell'Ente - che esprimerà pareri consultivi e sarà allargato a «autorevoli personalità della cultura» nazionale e internazionale; i componenti del cda e del comitato scientifico non vengono più obbligati a rispondere (cioè finire sotto controllo) a chi li ha nominati; i soci privati che entreranno nella futura Fondazione saranno designati dall'assemblea dei privati stessi e si dovranno «evitare conflitti di interesse» con le attività della Biennale (norma sacrosanta, abbiamo visto cosa succede a ignorarla); il ministro potrà nominare nel cda solo un privato (non più tre come voleva Urbani) e solo quando i contributi di tutti i soggetti privati non raggiungessero il 5 del capitale e delle spese di gestione; decade la balzana idea di sostituire i singoli direttori di settore con ingestibili «collegi di direzione» formati da ex direttori; il ministro non potrà «indirizzare» (leggi controllare) la Fondazione. Bene: su questi punti la maggioranza presieduta da Adornato (Forza Italia) ha dovuto accogliere le proposte del centrosinistra. Dov'è che ha non ha ceduto? Ha dovuto dire che il decreto è complessivamente positivo ma soprattutto non ha ceduto sul numero di soci privati ammissibili nel cda: da un componente fino a tre nel caso contribuiscano con quote comprese fra il 26 e il 40, mentre l'opposizione ne voleva al massimo due. Magari non sembra, ma è una distinzione di gran peso, nell' equilibrio dei poteri e dell'eventuale controllo (o autonomia) dell'ente. Infine i consigli regionale e provinciale restano a tutt'oggi esautorati sulla nomina dei loro rappresentanti, consegnata ai rispettivi presidenti. Anche su questo non c'è stato accordo. Ora il decreto in gran parte rimescolato va alla Commissione bicamerale consultiva. Questi sono i fatti. Adesso sentiamo i commenti. Andrea Martella, parlamentare Ds, veneziano, uno dei principali artefici delle modifiche accettate premette: «Questa riforma resta sbagliata». Bene, poi? «Abbiamo ridotto i danni ed è importante. Come è essenziale che la maggioranza abbia capito che con il dialogo si può arrivare a dei risultati. Ora Urbani non ha mano libera grazie a tutti coloro che si sono opposti al suo disegno. Certo, il pericolo di foni interessi economici e politici resta: se nel cda i privati diventano tre potranno allearsi con un componente e mettere in minoranza gli altri. E ho l'impressione che non finisca qui. Ora il cda proceda senza indugi a nominare De Hadeln». Amerigo Restucci, componente del consiglio dell'ente, è sulla stessa linea. Andrea Colasio, della Margherita, si rallegra: «Il ministro è stato costretto a fare marcia indietro accettando una radicale riscrittura del testo di cui gli diamo positivamente atto». «E' la dimostrazione che la lotta paga», commenta dice Titti De Simone, di Rifondazione comunista. «Scippo impedito», aggiunge Luana Zanella, deputata dei Verdi. «Il Parlamento ha saputo cogliere le critiche», interviene il sindaco di Venezia Paolo Costa. «Plaudo alla città che si è mobilitata».
Biennale, scippo frenato ma Bernabè è nel mirino
Ieri la commissione cultura della Camera ha rigettato gran parte del decreto di riforma della Biennale di Venezia, accogliendo le proposte dell'opposizione. Il ministro per i Beni e le attività culturali Giuliano Urbani ha fatto buon viso a cattivo gioco, dichiarando di essere soddisfatto anche se ha perso su tutti i fronti. La riforma prevede l'abolizione della Consulta degli enti estemi e la nomina di un comitato tecnico-scientifico per esprimere pareri consultivi. I soci privati che entreranno nella futura Fondazione saranno designati dall'assemblea dei privati stessi e si dovranno evitare conflitti di interesse con le attività della Biennale.
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