Il ministro Urbani «modera» i toni del decreto e la bozza per la riforma dell'ente «passa» alla commissione cultura della camera con diverse modifiche, in direzione di una salvaguardia dell'autonomia. L'attuale Cda è però nel mirino e le nomine dei direttori di settore Non l'ha ritirato il suo decreto legislativo sulla Biennale il ministro Urbani, come da più parti richiesto. L'ha però aggiustato, per riconsegnare un'immagine di autonomia all'ente. E la commissione cultura della camera ha dato parere positivo alla bozza, con le modifiche proposte da Ferdinando Adornato (Fi) che hanno accolto le obiezioni di opposizione e rappresentati di enti locali, come il sindaco di Venezia e il presidente della regione Galan. La marcia indietro di Urbani riguarda soprattutto alcuni punti che, più palesemente, mettevano a rischio l'autonomia: la previsione di una consulta formata da rappresentanti di altre istituzioni culturali, la nomina di un collegio di direzione composto da non più di tre membri, l'intervento dei privati, il vincolo di mandato per gli amministratori e il potere di indirizzo del ministero. Un decreto che andava come un ariete contro l'indipendenza della «società di cultura», smussa così i suoi punti che sapevano più di commissariamento ma diventa un ibrido, dove molte modifiche appaiono però confuse e con possibilità di letture contrastanti. Tra le modifiche effettive, ad esempio, viene eliminata la consulta all'interno della Biennale (Quadriennale, Triennale, Cinecittà Holding), carrozzoni pubblici pronti a governare politicamente gli indirizzi artistici. Il coordinamento avverrà invece a livello ministeriale, modalità già presente nello statuto. I privati che entreranno nella Fondazione - così si trasformerà la Biennale - non potranno avere conflitti di interesse (il riferimento è a Cinecittà Holding e Medusa ma anche all'Eti). Non c'è neanche più l'obbligo dei consulenti per ciascuna sezione della Biennale - il responsabile sarà un unico direttore - e gli esperti di settore verranno nominati direttamente dal consiglio di amministrazione dell'ente. Il ministero, inoltre, non potrà avere il potere di «indirizzare» la Biennale. Ma cosa ha portato il ministro Urbani ad essere così accondiscendente? Sembra che in pole position, tra i suoi pensieri, ci sia la caduta dell'attuale Cda: se la riforma passa in fretta, il presidente Bernabé e gli altri membri del consiglio sono dimissionari e sarà un gioco da ragazzi trovare un presidente «più amico» del governo. Se poi il Cda finisce il suo mandato, saltano naturalmente anche tutte le nomine dei direttori (Moritz De Hadeln, per il cinema, dovrebbe essere riconfermato il 22 dicembre prossimo). E anche qui, si azzera tutto e si riparte. «Il cuore del nuovo provvedimento - ha affermato Urbani - è in quegli aspetti che facilitano la patrimonializzazione della Fondazione». Il presidente del Veneto Giancarlo Galan, riconosciuta al ministro Urbani «una sensibile capacità di ascolto alle critiche», solleva la questione - non più secondaria e del tutto disattesa fino ad oggi - della conferma delle nomine dei direttori di settore. «Dico questo - ha aggiunto - perché, ove ciò non fosse, ci troveremmo di fronte a vuoti istituzionali e operativi tali da pregiudicare gravemente le prossime manifestazioni della Biennale stessa».