ROMA - Signori, sulla riforma della Biennale di Venezia il ministro Urbani ci ha provato ma, visto il putiferio, la sua maggioranza tira i remi in barca. Fino a un certo punto però e non su alcuni dettagli, come l'ingresso e il controllo dei privati. Questo delinea l'appuntamento di oggi: alle 8.30 la commissione cultura della Camera esprime un parere sul contestatissimo progetto del ministro per i Beni e le attività culturali Giuliano Urbani. In realtà se a livello tecnico esprime un parere, la commissione va oltre: perché, con maggioranza e opposizione schierate insieme, vota alcune modifiche radicali della riforma. Con un testo che è frutto, sia chiaro, della battaglia lanciata contro il progetto ministeriale da esponenti della cultura, da Venezia, da associazioni, dal centrosinistra e, quale elemento decisivo, dal consiglio d'amministrazione dell'etile. Andando con ordine, vediamo quali sono queste modifiche proposte dalla Commissione. Innanzi tutto scompare la Consulta, organo che inseriva nel comitato che prendeva decisioni altri enti estranei alla Biennale (Cinecittà Holding, la Scuola nazionale di cinema, la Triennale di Milano, la Quadriennale di Roma, l'Eti). Al suo posto viene introdotto un comitato scientifico del quale facciano parte personalità autorevoli, nominate dal consiglio d'amministrazione. Ai componenti del cda e del comitato scientifico non viene più imposto un vincolo di mandato (cioè non devono rispondere, e quindi obbedire, a chi li ha nominati e mantenere libertà di voto). Viene poi eliminato quel passaggio, molto pericoloso, dell'articolo 17 del testo Urbani che dava al ministro la possibilità di esercitare poteri di indirizzo (quindi di linea politica e culturale). Ancora: se nell'idea del ministro i direttori di settore potevano essere costituiti da direzioni collegiali (tre direttori), ebbene anche questa idea viene affossata e si torna al direttore unico. Su questi punti c'è accordo tra maggioranza e opposizione. «Di fatto il Governo - commenta Andrea Martella, parlamentare Ds - è stato costretto a fare marcia indietro rispetto al decreto votato dal Consiglio dei ministri a novembre che colpiva profondamente l'autonomia della Biennale. A Urbani e al centrodestra che sembra aver cambiato idea sul destino dell'ente chiediamo di assumere queste modifiche come vincolanti». Poi aggiunge: «Come opposizione siamo riusciti a ridurre i danni, eliminando gli elementi maggiormente inaccettabili perché intaccavano l'autonomia della Biennale». La faccenda è risolta? Non restano in sospeso altri problemi mica di poco conto? «Si - risponde il parlamentare della Quercia - quello della patrimonializzazione della Biennale, cioè non è scritto né viene chiarito perché l'ente ora non ha patrimonio né sedi» (e una fondazione, per essere tale, deve avere un patrimonio). «In secondo luogo non viene individuata una disciplina chiara sull'ingresso dei privati o sulle capacità di attrarre risorse private». Sulla materia le cose, secondo la riforma Urbani, sono impostati in questo modo: i privati ottengono un consigliere se entrano nella Fondazione con quote capitale dal 5 al 20, due se la quota si trova fra il 20 e il 25, tre se oscillano tra il 26 e il 40, percentuale massima consentita. Ma il presidente della Biennale Franco Bernabè ha riconosciuto, in commissione a Roma, che attirare privati finora è risultato difficile (non vale solo per l'ente veneziano) per non dire impossibile. Nel caso i privati manchino, già dal '98 è facoltà nominarli da parte del titolare del dicastero dei beni culturali. Dov'è il problema? «Potrebbe venir fuori che il ministro nomini tre componenti del cda che dovrebbero essere privati, che insieme al presidente, o a un consigliere, questi possono formare una maggioranza e, in quel caso, possono venir meno gli interessi pubblici». Fantascienza? «Alla società dell'aeroporto di Venezia la Regione si è alleata con i due privati e ha nominato il presidente a dispetto dei soci principali, Comune e Provincia, paradossalmente finiti in minoranza», racconta il parlamentare. Rispetto alle intenzioni della maggioranza qui il centrosinistra ha un'altra idea e voterà diversamente: propone sempre che i privati partecipino con almeno il 5 al patrimonio e alle spese dì gestione, ma possono ottenere un massimo di due rappresentanti nel cda invece di tre. Non è solo faccenda di numeri, però. L'opposizione ritiene essenziale un accorgimento: i privati devono essere nominati dall'assemblea dei soci privati, non dal ministro, e soprattutto non possono essere produttori o enti o società produttrici di cinema, galleristi o collezionisti d'arte. Per evitare una sorta di conflitto di interessi. «Pensiamo a colossi come Medusa o Raicinema, per fare un esempio - dice ancora Martella - Il timore è che qualcuno governi la Biennale facendo capo ad altri interessi economici». Il presidente della commissione cultura, Ferdinando Adornato di Fi, ha chiarito che su quanto accordato si aspetta un voto convergente, altrimenti loro vanno avanti per la loro strada. A ogni modo, per Urbani i tempi iniziano a stringere: la sua delega per riformare l'ente veneziano scade il 23 gennaio, quindi al massimo il 18-19 del prossimo mese il consiglio dei ministri dovrà approvare il decreto affinché il presidente Ciampi possa firmare entro l'ultimo giorno utile.
Biennale nelle mani dei privati?
La commissione cultura della Camera ha espresso un parere sul progetto di riforma della Biennale di Venezia presentato dal ministro Giuliano Urbani. La commissione ha votato alcune modifiche radicali alla riforma, che includono la eliminazione della Consulta e l'introduzione di un comitato scientifico. La commissione ha anche eliminato il passaggio dell'articolo 17 del testo Urbani che dava al ministro la possibilità di esercitare poteri di indirizzo. Inoltre, la commissione ha eliminato l'idea di direttori di settore costituiti da direzioni collegiali e si è tornata al direttore unico.
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