Ragioniamo. Con l'ingresso nel cda di tre rappresentanti di imprese private, salirebbe a sette il numera dei componenti del governo della Biennale. Presidente - incaricato dal governo - Comune, Provincia e Regione più i tre industriali che, nel caso la disponibilità privata non superasse il 25 della quota capitale, potrebbero essere sostituiti da soggetti anche questi di nomina governativa. Le poltrone ci sono, dice Urbani, e le riempiamo comunque. In un caso come nell'altro, è evidente, che la formazione delle decisioni relative all'operatività dell'Ente verrebbe sottratta agli enti locali veneziani. A Venezia, soprattutto, che a questo punto pagherebbe la sua disomogeneità politica con il Veneto, libero di farsi risucchiare nell'orbita del governo e dei suoi nuovi portavoce in posizione di larga maggioranza. Quindi, l'ingresso dei privati, che di per sé è cosa buona a patto che non alteri il ruolo pubblica e la natura molto veneziana del più grande ente culturale italiano, in questi termini avrebbe come conseguenza una drastica politicizzazione del confronto interna al cda. Senza tener conto del fatto che gli stessi soggetti privati sarebbero chiamati, da una parte e dall'altra, al rispetto di orientamenti politici, in questo quadro, fortemente polarizzati, a dispetto della necessità di un comune intento culturale e istituzionale. Nel cda dovrebbero quindi comporsi, ma con quanta fatica, interessi che fin qui sono stati temiti fuori dalla porta a tutto vantaggio della vitalità della Biennale. Conviene a Urbani, non a Venezia, non alla Biennale.