Laccusa: è invasiva. Nuovi dirigenti nelle spa comunali La "notte bianca" in bassa stagione. Protezione civile chiamata a ruoli di vigilanza ROMA - «La teca dellAra Pacis è un intervento invasivo. Va rimossa». Gianni Alemanno non ha ancora messo la fascia da sindaco (lo farà a metà maggio quando si insedierà la giunta) e già usa il piccone virtuale per abbattere la Roma di Veltroni e Rutelli. Fare presto: cambiare la capitale («In autunno sarà già diversa», promette il neo primo cittadino). Dunque, si parte dai simboli. E la struttura in vetro e travertino, realizzata dallarchitetto americano Richard Meier a protezione del monumento in onore di Augusto il vittorioso, diventa il nemico da abbattere. Via da lì, una ruspa «smonti la teca e la rimonti in periferia», come promesso in campagna elettorale. Parte così Alemanno, che si sente il Gandalf di Tolkien nella sua lotta contro il male. E annuncia che metterà mano anche al centro storico dove «ci sono interventi negativi da rivedere». Nella sua prima conferenza stampa nella sala della Protomoteca in Campidoglio (e poi allimmancabile "Porta a Porta") il sindaco di Roma, lex giovane leader decisionista del Fronte della Gioventù, rende esplicite le linee del cambiamento. Si vira da subito sulla sicurezza (Alemanno loda il «modello New York», pensa a vigili urbani armati, promossi per legge a polizia giudiziaria, e sinventa i volontari della Protezione civile «che, quando non ci sono terremoti, presidiano il territorio», evitando così la nordica e inquietante ronda fai da te); e ancora: azione immediata contro Rom e clandestini («Via i delinquenti, sgombero dei 25 accampamenti abusivi nati sul lassismo dei centrosinistra e trasferimento in periferia di quelli regolari»); di più: notti bianche sì, ma solo in «bassa stagione»; festa del cinema sì ma solo se «abbinata al David di Donatello» e comunque finalizzata alla promozione del cinema italiano...». No Veltroni, no Clooney. Più parla e più reimposta, cancella, la città che, per 15 anni, ha governato il centrosinistra dandole il suo imprinting culturale. Un po di spoil system non guasta: i dirigenti delle 80 municipalizzate nominati da Veltroni dovrebbero «avere la sensibilità istituzionale di dimettersi». E spiace per i 31 funzionari esterni chiamati dal predecessore in Campidoglio. Anche loro se ne dovranno andare («Erano troppi») mentre sono confermati i 280 dirigenti di ruolo interni. Scrosciano applausi sinceri. Ci sono in prima fila la moglie Isabella e il figlio Manfredi. E una signora che si fa notare, borsetta, cintura e giacca leopardate. Roma cambia, diceva lo slogan di Alemanno. La storia della Teca da rimuovere fa effetto tra i cronisti. Da Vespa, il neosindaco corregge il tiro. Prima di tutto, dice, «le priorità forti sono altre», e poi «faremo un referendum tra i cittadini». Così va meglio, più democratico. Dovrebbe essere una conferenza stampa ma, in realtà, sono venuti in massa gli amici di An e si trasforma in una festa, con deputati, consiglieri comunali, le famiglie dei tassisti che tifano sul fondo. Che giorno! Il Campidoglio a Gianni e la Camera a Gianfranco. Lunico trombato è il forzista Alfredo Antoniozzi, candidato alla Provincia, battuto da Nicola Zingaretti ma ride felice lo stesso. Alemanno confessa: «Ho capito che cosa intendeva Veltroni quando parlava del suo ufficio con balconcino sui Fori. Mi sono affacciato e davvero da lì si ha la sensazione di essere al centro del mondo». Un trionfo così rende doveroso un pensiero agli avversari stracciati. Perciò, dopo linsediamento della giunta, «costituiremo una commissione Attali per Roma con personalità di alto profilo nazionale e internazionale». Altro che fascista. «Oggi la destra chiude un percorso». Prima di ricevere le chiavi della città dal prefetto Mario Morcone, Alemanno racconta di un pranzo cui teneva molto: «Ho mangiato con lambasciatore di Israele. Le immagini sbagliate, i tentativi di demonizzare, li riconsegno alla polemica politica, non devono più sporcare le istituzioni e il ruolo del sindaco». No, a quella tavola non cera Domenico Gramazio (che invece festeggia in Campidoglio), protagonista qualche anno fa, a Gerusalemme, di una storica «gaffe» quando disse: «La destra fascista? Mai avuto a che fare con la deportazione degli ebrei!». Guardiamo avanti, dice Alemanno. E annuncia la benevolenza di Berlusconi nei confronti di Roma: «Gli ho parlato. Mi ha detto: "Ti saremo vicini"».