La polemica sull'ampliamento del Man in Piazza Sebastiano Satta a Nuoro è sterile e provinciale. L'attacco frontale della Fondazione Nivola al museo nuorese appare, infatti, dettato più che da legittime differenze di opinione sulla validità o meno del progetto, da una sorta di rancorosa invidia per i risultati raggiunti da quest'ultimo rispetto all'asfittica politica culturale del museo di Orani. Ciò premesso, siamo all'ennesima riproposizione in salsa sarda della querelle tutta italiana che puntualmente divampa quando si propone un intervento di architettura contemporanea in un contesto urbano storicizzato. Fossimo in Francia o nella dinamica Spagna, che pure hanno città di grande pregio storico-artistico non inferiori alle nostre e sicuramente meglio tutelate, il progetto sarebbe stato valutato nel merito della sua qualità formale e funzionale e, se ritenuto valido, approvato e prontamente realizzato. Ma siamo in Italia, peggio, in Sardegna. Qui il passato incombe come un macigno e preclude ogni possibile nuovo inserimento per un senso di inferiorità paralizzante e per un malinteso e fuorviante principio di tutela. Qui vige quel culto della personalità e quel processo di mitizzazione che porta all'intangibilità, almeno a parole, delle cose e dei personaggi che hanno influito in qualche modo sulla nostra storia. Nivola è tra questi. Ogni sua parola, ogni sua opera, la sua stessa immagine è oramai ineluttabilmente entrata nella sfera del mito e guai a chi osa metterne in discussione la figura, con buona pace della contestualizzazione storico-critica alla quale gli artisti dovrebbe essere periodicamente sottoposti. Ma ritornando a Piazza Satta vien da chiedersi: non fu proprio Nivola a irrompere con un intervento contemporaneo nel tessuto urbano di Nuoro con un atto violento e prevaricatore che, tuttavia, proprio coloro che oggi condannano tale prassi, giudicano un capolavoro? E come mai gli stessi che si ergono a vestali della memoria del Nostro in tutti questi anni non hanno sprecato una parola per denunciare il penoso stato di degrado in cui versava e versa la piazza? Chi scrive, e non da oggi, si è sempre domandato perché Piazza Satta, alla quale Nivola ha conferito funzionalità estetica tanto da farne, per alcuni, uno dei più interessanti spazi urbani contemporanei, sia la meno "vissuta" dalla collettività nuorese. Sarebbe interessante capire il perché non si sia realizzato il felice connubio tra funzionalità estetica e funzionalità sociale. Di questo problema si sarebbero dovute occupare la Fondazione e le autorità cittadine che dovrebbero, in teoria, proteggerne la memoria e l'opera. Paradossalmente, potrebbe essere proprio l'intervento tanto contestato di ampliamento del Man a portare a compimento il progetto nivoliano. Quello, cioè, di riqualificare esteticamente i luoghi di vita comunitari col fine ultimo di ricostituire un tessuto sociale disaggregato che negli ultimi decenni ha perso il senso del vivere in comunità e che trovava nella strada e nella piazza il luogo deputato per esprimersi e interagire; per Nivola, recuperare addirittura la dimensione umana del "bichinadu", del vicinato. Pura utopia ad alto tasso nostalgico ancora ignara dell'evoluzione (o involuzione) "telecratica" della nostra società. L'ampliamento del Man, più semplicemente, potrebbe rivitalizzare uno spazio urbano esanime con un intervento quanto mai sobrio e attento a non alterare l'equilibrio formale della piazza, tanto meditato che, nell'ottica della segno contemporaneo, si poteva aspirare anche a qualcosa di più innovativo e di rottura. Certo è che l'ampliamento farebbe fare al museo nuorese un salto di qualità che accrescerebbe di non poco i margini di manovra progettuale della curatrice Cristiana Collu e lo proietterebbe veramente nell'Olimpo dei musei d'arte contemporanea internazionali. Sarà questo che, in fondo in fondo, dà fastidio? Con buona pace del povero Nivola imbalsamato e sterilizzato nel suo museo-sacrario di Orani. critico d'arte