Se tutelare le opere "caratteristiche del paesaggio culturale sardo" non vuol dire bloccare tutta l'edilizia, allora c'è da correre ai ripari. L'assessorato regionale all'Urbanistica lancia l'ancora di salvataggio al Comune per uscire dallo stallo in cui versano circa 16 cantieri (dati forniti dalla Regione) autorizzati in aree - almeno in teoria - vincolate dal Ppr. Lunedì 5 maggio ci sarà un faccia a faccia tra l'assessore Gian Valerio Sanna (che sta facendo i salti mortali per "spiegare" la filosofia di un piano troppo rigoroso) con i vertici di via Roma, della direzione regionale dei Beni Culturali e della Soprintendenza. Scopo dichiarato: avviare procedure di «copianificazione» tra le amministrazioni sui quei progetti autorizzati dall'ufficio tecnico comunale, ma poi congelati da quello stesso ufficio per timore di violare le prescrizioni del Ppr. E su tutti quelli che verranno, anche alla luce delle modifiche apportate con successive delibere. Il divieto di costruire in una fascia dei cento metri riguarda due categorie di "beni", paesaggistici e identitari. Se sui primi c'è ben poco da ragionare (per gran parte di essi, la tutela è precedente il Piano), su quelli identitari la Regione avvia il dialogo. Perché nel Ppr c'è scritto, nero su bianco, che sono vietati nuovi cantieri nei 100 metri da "archeologie industriali e aree estrattive come laverie, testimonianze di processi produttivi, cantine e oleifici, mulini e gualchiere". E via discorrendo con statue isolate, edicole sacre, croci, terme, mercati coperti. Insomma, quasi tutto. Nei 19 mesi dall'adozione del Ppr (era il settembre 2006) la Giunta ha approvato almeno tre delibere "interpretative" per allargare le maglie della rigorosa tutela. Ma sembra che la procedura della delibera non venga ritenuta valida per modificare (anche solo "ritoccare") il Ppr. Prova ne sono i sequestri della magistratura di diversi cantieri. Ora è il momento del dialogo.