Il risultato è uno spazio urbano in decadenza o fintamente riqualificato, dove prevalgono la standardizzazione del costruire, modelli a buon mercato e una totale assenza di regole e organismi che, sullesempio di tante capitali europee, possano intervenire sulla qualità. Per valutare la qualità e lopportunità di un progetto da noi, per esempio, ci si affida alla modesta rilevanza della commissione Edilizia, in grado di verificare soltanto la banale congruenza di un progetto con i piani e le normative vigenti, o ai veti "a orologeria" della Sovrintendenza. A Napoli non esiste lo strumento del concorso di architettura. Quella che dovunque è una prassi consolidata, da noi è un impiccio di cui disfarsi al più presto. Gli unici due veri concorsi di architettura internazionali fatti negli ultimi dieci anni e costati centinaia di migliaia di euro (quelli per il Parco di Bagnoli e per il Porto di Napoli), si sono arenati nelle secche della volontà politica e nellassenza di quellefficienza burocratico-amministrativa che altrove è in grado di portare a termine i procedimenti. Quando i progetti partono, poi, i tentativi di mimare la Barcellona del Forum o la Valencia della Coppa America, i loro parchi e i loro grandi progetti di riqualificazione urbana, si spengono miseramente, come al Parco Marinella, progettato dieci anni fa e ancora oggi uno di quei luoghi simbolo che tengono Napoli saldamente ancorata a unimmagine di rovina. E il Forum delle Culture del 2013 viene declassato a "piccolo evento", tanto piccolo che necessita di ben due commissari che si controlleranno a vicenda, rendendo come al solito ambigua la gestione dellintera faccenda. Non è soltanto la spazzatura, insomma, che ha portato Napoli fuori della moderna competizione globale tra grandi città. E non è, comunque, solo un problema di grandi opere. Costruire arredi urbani, marciapiedi e piazze che durano pochi mesi, come capita a Napoli, non è solo un venir meno a un obbligo contrattuale da parte delle società appaltatrici, ma esito della totale assenza di dovere etico del soggetto politico delegato allamministrazione e alla costruzione dello spazio pubblico vero e non di un suo simulacro fragile, precario e insicuro, come le aree pedonali sconnesse di via Roma, o quelle di Chiaia, o il tufo consunto, male pensato e male utilizzato nella Villa Comunale, o ancora i recenti lavori di pavimentazione in via Tasso. Accanto alla crisi politica e, conseguentemente, di rappresentatività, cè unormai insostenibile assenza di un apparato amministrativo efficiente, di sistematicità dellazione, di organizzazione e di costanza. Per Napoli vale pienamente quanto ha detto Aaron Betsky, curatore della prossima Mostra internazionale di Architettura della Biennale di Venezia: spesso i nuovi spazi pubblici e privati, gli edifici e le grandi trasformazioni urbane sono costretti nelle maglie di una cieca burocrazia e non sono più la soluzione: «sono diventati la tomba dellarchitettura», facendo spegnere quel desiderio di costruirci un mondo nuovo, migliore e aperto ad altre possibilità oltre il quotidiano e le emergenze.