Se gli immobili di interesse storico-artistico, che a Venezia rappresentano la tipologia di maggior pregio, pagano poco o nulla di Ici, considerando limposta sul reddito ce nè da far accapponare la pelle. In questo campo, la legge italiana ha fatto unenorme quanto ingiustificata regalia ai percettori di rendita, che attualmente godono di una sostanziale detassazione dei loro beni anche quando questi fruttano in affitti centinaia di migliaia di euro lanno. Ad esempio, il presidente dellAva ci ha detto che un albergo paga daffitto ogni mese 1.000-1.200 euro per ogni stanza. Mettiamo che un "25 stanze" paghi 2Smíla euro mensili, che in un anno diventano 300mila. Se questo albergo è situato in un immobile non vincolato dalla Soprintendenza, il proprietario indicherà 255mila euro nella sua dichiarazione dei redditi. Se lalbergo si trova viceversa in un immobile di interesse storico e artistico, il fortunato proprietario dichiarerà solo la rendita catastale, che è solo una frazione minima del reddito vero e proprio. Lo stesso vale per i negozi, gli studi professionali, gli appartamenti e, naturalmente, i grandi palazzi sul canal Grande i cui generosi proventi contribuiranno in modo risibile alle dichiarazioni dei redditi. Il problema non è solo veneziano, poiché la normativa che permette questo è una legge dello Stato, ma Venezia è il caso emblematico di una sperequazione fiscale tra chi vive del proprio lavoro e chi invece "tira laffitto", come si dice da queste parti. Gli immobili vincolati locati in centro storico sono tantissimi e, guarda caso, sono anche i più costosi sia in termini di quotazioni immobiliari che di canoni di locazione. In virtù di poche righe, contenute nellarticolo 11 della legge 413 del 1991, ai proprietari di detti immobili è data la facoltà di indicare in dichiarazione non il reddito reale, ma la rendita catastale applicata alle minori tariffe destimo. La norma è questa: "In ogni caso il reddito degli immobili riconosciuti di interesse storico o artistico ai sensi dellart. 3 della L. 1.6.39 n. 1089 (la legge sul vincolo, ndr), e successive modificazioni e integrazioni, è determinato mediante lapplicazione della minore fra le tariffe destimo previste per le abitazioni della zona censuaria nella quale è collocato il fabbricato". Quindi siamo alle solite: il palazzo sul canal Grande dà prestigio, molti soldi di rendita e paga in termini di imposta sul reddito come un appartamentino in terraferma, il cui proprietario deve invece dichiarare i canoni percepiti nella loro interezza. Questo "in ogni caso" contenuto nella norma ha dato vita ad un contenzioso enorme in quanto lamministrazione delle Finanze (poi lAgenzia delle Entrate) sosteneva che tale detassazione non era dovuta nel caso di immobili locati mentre i contribuenti sostenevano il contrario. Tra il 1991 e il 2002 tutti i ricorsi sono stati perdi dallo Stato fino alla Cassazione. Dal 2003 lAgenzia delle Entrate ha rinunciato ad ogni pretesa in merito e i governi Berlusconi e Prodi nulla hanno fatto per eliminare quella che molti commercialisti definiscono una stortura del sistema tributario italiano. Il tanto vituperato viceministro Vincenzo Visco aveva tentato nel luglio 2006 di cancellarla con il decreto legge 223 (il cosiddetto Visco-Bersani), ma in fase di conversione di legge questa disposizione è "misteriosamente" sparita facendo un regalo enorme a migliaia di proprietari di palazzi, siano essi persone fisiche o società o enti di altro tipo. Per fortuna la Costituzione allarticolo 53 dice : "Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva".