Sfoglio il catalogo «Restituzioni» 2006 e subito il mestiere dello storico dellarte mi porta a soffermarmi sulle immagini e sulle schede che riguardano opere di pittura e di. scultura. Ci sono capolavori ben noti. Fanno parte della fototeca mentale basica di chiunque eserciti la mia professione. Così è per la luminosa e melodiosa Santa Giustina Bagatti Valsecchi di Giovanni Bellini, per la Madonna col Bambino di Tiziano vecchio allAccademia di Venezia, per il trittico di Butinone e per la pala del Signorelli a Brera. Altre opere rappresentano una sorpresa anche per gli studiosi. Quanti conoscevano, prima del recupero realizzato dagli interventi di restauro che il catalogo illustra, gli Antonio Campi di SantIlario di Cremona? O quel Gian Francesco Tura, ultimo riverbero di moduli mantegneschi ibridati di suggestioni da Giulio Romano e dal Romanino, che è autore di una pala daltare nella parrocchiale di San Nicola a Tabellano di Suzzara, provincia di Mantova? O il singolare pittore, fragrante come un mattino di primavera, che ha collocato il suo capolavoro sullaltare della chiesa dei santi Antonio Abate e Francesca Cabrini a SantAngelo Lodigiano e che la scheda di catalogo identifica con dubbio in Giovan Battista Della Cerva, allievo di Gaudenzio Ferrari? Riflessioni analoghe sollecita il settore delle cosiddette arti minori, Le oreficerie e gli smalti bizantini del veneziano Tesoro di San Marco sono ben conosciuti, come la preziosa raccolta di vetri dorati tardo antichi del Museo Sacro Vaticano. Ma chi sapeva che la collezione Bocchi nel Museo Archeologico Nazionale di Adria conserva un insieme di gemme romane databili fra il primo secolo avanti Cristo e il primo dopo, di tale qualità e rarità che il solo confronto possibile è con la glittica archeologica dei musei fiorentini? E come non stupire di fronte al gruppo di diciannove maioliche databili fra la seconda metà del XV e la prima del XVI, emerso dagli scavi nellex convento di Santa Chiara, a Padova? Considerazioni analoghe sollecita ledizione 2008 di Restituzioni». Il progetto avviato con colta lungimiranza da Feliciano Benvenuti alla fine, degli anni Ottanta cresce in qualità e prestigio sotto la tutela di Giovanni Bazoli, chiama a raccolta gli specialisti più autorevoli e, soprattutto, fa intendere come pochi hanno saputo fare ai nostri giorni, il carattere e il destino del nostro patrimonio. LItalia è il paese del museo diffuso. Un museo che esce dai suoi confini, popola le piazze e le strade, entra nei palazzi e nelle chiese, si rispecchia nelle linee del paesaggio e nella forma della città, è presente in ogni piega del territorio, anche il più anonimo e degradato. Solo in Italia può accadere che il Pontormo più bello del mondo non stia agli Uffizi, come sarebbe logico aspettarsi, ma a Santa Felicita, una chiesa fiorentina che sta a trecento metri dagli Uffizi e che il Tiziano pubblicato su tutti i manuali non si trovi nel veneziano museo dellAccademia ma nella veneziana Santa Maria Gloriosa dei Frari. Uno stereotipo politico e giornalistico molto amato e purtroppo molto ripetuto sostiene che lItalia possiede chi dice il 40, chi il 50 chi addirittura il 60 per cento del patrimonio culturale mondiale. Questa affermazione è una pura sciocchezza. Perché fosse vera bisognerebbe che fosse conosciuta la consistenza quantitativa del patrimonio italiano per poi metterla a confronto con quella, ugualmente conosciuta, di tutti gli altri paesi del mondo. Questo è ad evidenza impossibile trattandosi di misure in entrambi i casi incognite. Non in una cervellotica e indimostrabile superiorità quantitativa consiste dunque il primato del Paese ma nel fatto (questo sì scientificamente dimostrabile) che il patrimonio è presente ovunque cori una frequenza, una visibilità e una pervasività senza confronti nelle nazioni della vecchia Europa. Ebbene, i cataloghi di «Restituzioni» sono la dimostrazione eloquente di questo che è il più importante e prezioso carattere distintivo dellItalia. Unaltra cosa dimostrano i cataloghi del progetto promosso da Intesa SanPaolo e curato al proprio interno dal settore Beni culturali. Dimostrano nella qualità delle schede, nella conduzione impeccabile dei restauri, nellarmoniosa coesistenza dei tanti raffinati specialismi coordinati da Carlo Bertelli e Fatima Terzo - lalto livello della comunità tecnico-scientifica che ha in cura la conoscenza, la conservazione e la valorizzazione del patrimonio. Fra i beni culturali dItalia ci sono anche i saperi e i mestieri dei nostri restauratori, storici dellarte, archeologi, tecnici di laboratorio, ispettori di territorio, soprintendenti, direttori di museo, catalogatori. Leccellenza italiana nelle discipline storico artistiche ed archeologiche e nelle professioni della tutela, è uno dei pochi primati che ancora ci sono riconosciuti nel mondo. Si ha limpressione che la classe politica italiana ne sia poco o per nulla consapevole. Fra i meriti dei cataloghi di «Restituzioni» cè anche quello di avere offerto spazio e visibilità a donne e ad uomini di cui la società è (o dovrebbe essere) orgogliosa. Le mostre che si tengono con regolare cadenza nelle Gallerie di Palazzo Leoni Montanari di Vicenza e i cataloghi che le illustrano sono, oggi in Italia, lesempio più cospicuo e meglio strutturato di collaborazione fra pubblico e privato nel settore dei beni culturali. Sfogliando i cataloghi delle varie rassegne, la filosofia che guida limpegno ormai ventennale della banca che, attraverso numerose trasformazioni, è oggi divenuta Intesa SanPaolo, emerge con assoluta chiarezza. Continuità prima di tutto. Non interventi occasionali e rapsodici ma primato del progetto e del metodo. Rigoroso rispetto delle competenze tecnico-scientifiche, in secondo luogo. Devono essere le istituzioni preposte alla tutela a segnalare le urgenze, a fissare le priorità, non la notorietà della singola opera, non la conseguente ricaduta pubblicitaria. Rivendicazione legittima e necessaria, infine, di un «ruolo di coordinamento culturale e promozionale». Questo significa che il privato banca vuole essere partecipe e corresponsabile dellimpresa. Passando dal ruolo di elargitore più o meno munifico a quello di titolare di un parternariato eticamente, politicamente, culturalmente condiviso. Su questi principi deve fondarsi il rapporto pubblico-privato. La linea di metodo offertaci da «Restituzioni» è un modello destinato - mi auguro - a diventare esemplare e contagioso in Italia. Cè una precondizione, tuttavia di cui occorre tenere conto. Perché il rapporto funzioni nei modi positivi documentati dalla storia di «Restituzioni», occorre che il privato sia forte e autorevole ma che altrettanto forte e autorevole sia il pubblico. Questo non sempre succede in Italia. Ci sono privati invasivi che cercano solo di lucrare pubblicità pregiata finanziando restauri di pura cosmesi su opere celebri. Ci sono soprintendenze deboli povere di mezzi e di personale, incapaci dì contrastare le scelte altrui, facili, vittime della effimera notorietà garantita da qualche passaggio televisivo e articolo di giornale. In realtà grande è il disordine sotto il cielo quando si parla, in Italia, di partecipazione dei privati al governo del patrimonio culturale. Prendiamo il caso, in certo senso esemplare, delle Fondazioni museali di cui tanto sì è parlato e ancora si parla ai nostri giorni. In principio cera il museo pubblico, inteso come archivio della memoria, luogo dellidentità nazionale, strumento di educazione civile. Per la gran parte del Novecento, nellEuropa dei fascismi, dei comunismi, delle socialdemocrazie, dei governi democristiani, nessuno avrebbe mai pensato al museo come risorsa anche economica, come luogo di interesse per liniziativa privata. Tutto è cambiato allinizio degli anni Ottanta quando il vento del liberismo e della destrutturazione privatistica ha cominciato a soffiare in Italia e in Europa. Il Novecento che era stato statalista per la gran parte del suo corso - in Italia cera fino a ieri una economia che potremmo. definire per certi aspetti parasovietica, con lIri e le partecipate, con lo Stato che produceva non solo energia elettrica e combustibili, acciaio e cemento, chimica e strade ferrate ma anche panettoni, pomodori pelati e così via - è diventato iperliberista nel suo ultimo segmento. Quando ero giovane mi insegnavano e volevano convincermi che il privato è pubblico, ora che giovane non sono più vogliono persuadermi che il pubblico deve diventare privato. Sono le mutazioni della storia. Ogni generazione ha i suoi idola Phori come insegnava il grande Bacone. Il modello di riferimento vorrebbe essere americano perché negli Stati Uniti (un paese che per scelta costituzionale vuole ridotte al minimo le funzioni dello Stato) ci sono cittadini che credono nel museo e al museo affidano i loro soldi. Ma proviamo ad applicare alla realtà italiana una ipotesi di Fondazione museale. Nel consiglio di amministrazione ci sarebbero i rappresentanti del Comune e della Regione forti dei poteri concorrenti nel settore della valorizzazione che la legge del 2002 esplicitamente riconosce. Ci sarebbe di necessità lo Stato che è proprietario degli immobili e delle opere darte, che ha i suoi dipendenti inamovibili ed ipergarantiti e che continuerebbe a pagare il personale. Ci sarebbero anche i sindacati perché in Italia: i sindacati sono dappertutto. Che spazio di autonomia avrebbe il privato allinterno di una struttura politico-burocratica così concepita? Pochi, temo, e per di più complicati e disagevoli. E infatti quando, alcuni anni or sono, si ventilava lipotesi di una soluzione di questo genere per gli Uffizi, le grandi fondazioni bancarie toscane. (Cassa di Risparmio di Firenze, Monte dei Paschi) si sono guardate bene dallaccettare linvito. Bisogna tenere distinti i ruoli. Noi italiani abbiamo inventato il concetto di tutela su tutto il patrimonio ovunque distribuito e comunque posseduto ed è nostra lidea di museo pubblico che è di tutti perché è la «res pubblica» che tutti rappresenta a possederlo e a gestirlo. Sia dunque la potestà pubblica ad amministrare il patrimonio preoccupandosi soltanto (questa è la cosa davvero importante) di essere tecnicamente preparata, per quanto possibile autorevole e perciò rispettata. Quanto al privato si tenga fuori dal governo diretto dei beni culturali. Non è quello il suo compito. Suo compito è stimolare sensibilità e attenzioni, orientare e condividere progetti di quali sostenere politiche di vasto respiro. e di lungo periodo senza interferire con le competenze tecniche chiamate a realizzarle. E la linea che Intesa SanPaolo ha scelto e che una verifica ormai quasi ventennale ha dimostrato essere bella fortunata e fruttuosa.
L'Osservatore Romano
27 Aprile 2008
✓ Entità verificate
Fondi privati e istituzioni sagge per salvaguardare il museo Italia
AN
Antonio Paolucci
L'Osservatore Romano
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo
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