Un'avanguardia senza clamore, ovattata nel clima pacato delle riflessioni di quello che ormai è un movimento di intellettuali che si riuniscono nell'Università di Firenze dal 1996, ha dimostrato come nel settore dei beni culturali molte cose stanno cambiando almeno nelle punte avanzate all'insegna della preservazione. È vero che le retrovie della conservazione e del restauro (in cui si ritrova il sistema istituzionalizzato di tanti uffici, organizzazioni accademiche e del lavoro quotidiano) segnano il passo ma anch'esse si rendono conto che da Firenze tira un vento nuovo. Con la Conferenza permanente interuniversitaria sulla Conservazione e il Restauro, l'Università di Firenze ospita la ricerca più raffinata e complessa che ci sia in Italia sul rapporto che la contemporaneità può stabilire con il patrimonio culturale. Nei giorni scorsi, con le tre giornate della VI Conferenza internazionale sulla Conservazione e il Restauro, ancora una volta si sono aperte le porte al pubblico con molti interventi quotidiani che hanno presentato casi esemplari di diagnosi, cura e progettazione. A Firenze si riflette, si dubita, si discute, con una vocazione interdisciplinare che non esclude niente a priori. I reperti più diversi, anche non materiali, possono costituire patrimonio per la interpretazione storica e per la scienza: lo storico Antonio Landolfi elogia il testo imperfetto. Allo stesso tempo si registra una precisa attenzione a far parlare i documenti storici che mantiene la rotta dell'ermeneutica in una cultura della complessità. Fra i temi ricorrenti, la testualità allargata alla materia, con esplicite derivazioni linguistiche, la vitalità dell'arte, dell'architettura e dei manufatti, la progettazione. Si parla di processi storici infiniti, si espongono esperienze significative in alternativa alle prescrizioni manualistiche, da diversi punti di vista si valorizza l'approccio complesso contro la staticità del metodo unico che congela la storia e i modelli. Per Enzo D'Angelo, presidente della Conferenza, "i modelli sono una rappresentazione sintetica di un processo. Non sono però il processo. Non si possono facilmente isolare modelli operativi dai processi che li hanno determinati perché di fatto si genera una modellistica autoregressiva astratta da qualunque realtà vicina o lontana. Infatti, lasciando il presente non si può trovare un passato irreversibilmente trascorso, anche nella materia, ma solo un passato ideale, nel migliore dei casi probabile ma che non può costituire documento". Anche Gianni lamino, da biologo, si occupa dei modelli storici e dell'irreversibilità nell'archeologia delle fonti biologiche ("se ho il fossile di un animale non ho l'animale"). Sotto gli occhi di tutti c'è una grande capacità di elaborazione e di sintesi espressa al meglio da Enzo D'Angelo, che fa pensare alla Firenze rinascimentale. Non è per caso se oggi finalmente storici, filosofi, architetti, archeologi, urbanisti, economisti, medici e scienziati si riuniscono per dibattere sui diritti della memoria e sul suo ruolo nel presente sforzandosi di capirsi e di farsi capire. Ora, sarà una esigenza sentita o sarà una esigenza anticipata, non è azzardato affermare che questa impresa somiglia, una volta tanto, alla realizzazione di una utopia che pochi avrebbero sognato di realizzare. E non solo per le ristrette disponibilità della ricerca. Senza notevoli capacità che devono comprendere molta lucidità e tenacia, l'incontro stabile fra le università come fra tanti ricercatori con tante problematiche, non sarebbe stato possibile. Interdisciplinarietà, complessità culturale e continuità della tutela sono alla base della preservazione, la nuova frontiera della conservazione, a cui la Conferenza dunque lavora sui vari fronti della storia, degli strumenti critici e operativi. "Non potrebbe essere altrimenti" sostiene Maria Grazia Ciardi Duprè, nota per il suo impegno di storica dell'arte nei settori più diversi come antesignana della comparazione nelle arti applicate. "Incrociare le fonti ma anche incrociare le esperienze, è sicuramente uno dei temi portanti di questa VI Conferenza che nell'allargare gli spazi intende sempre e comunque approfondire, ovvero responsabilizzare" dice Concetta Bianca, filologa. Fra i vari esempi di comparazione tra le fonti uno dei più ampi è quello di Lamino che ritiene la testualità come inscindibile dal contesto. Lamino verifica il concetto di reversibilità e le utopie del restauro per concludere che la vera speranza è la preservazione con la sua visione dinamica dei concetti. Ma non solo certezze. Si avvicendano anche tanti fertili dubbi e proposte in itinere. Landolfi, uno storico, afferma che la storia non esiste. Esiste la contemporaneità". Flaminia Montanari, architetto, medita sui documenti e sul catalogo che non ci sono più con delle ipotesi di catalo-gazione virtuale dei testi presunti in cui Mario Domenichelli, linguista, vede delle nuove possibilità di strutturazione della ricerca. Anzi, sostiene. Riccardo Francovich, archeologo, "senza obiettivi di ricerca il dato non serve" e quindi "non sono gli assetti definitivi che siamo a cogliere ma i processi trasformativi" non molto lontano dai monumenti variabili eliotiani che, spiega Domenichelli, ogni volta che si aggiungono alla serie ne determinano la variazione. Un patrimonio variabile che fa dire all'urbanista Manlio Vendittelli che la conservazione, in fondo, non esiste, mentre un altro urbanista, Mario Padda, s'interroga sull'esistenza stessa dell'urbanistica. Di assenze urbanistiche parla anche l'archeologo Sauro Gelichi: "Si vincolano i beni ma non i contesti". Sulla necessità dell'approccio globale testimonia Tiziano Marinoni, archeologo dell'architettura, che spiega come ogni nesso, anche minimo, possa essere determinante nella conoscenza della storia materiale.