MILANO - Tre giorni ancora. Settantadue ore, e le immagini di questa pagina finiranno nellarchivio dei ricordi. Niente più grano in Piazza San Marco, niente più scatti di turisti sommersi da un nugolo di ali grigie. Ma, soprattutto, niente più bancarelle dove comprare, al prezzo di un euro, i «conetti» di semi che per decenni hanno fatto la felicità di bambini, attori, primi ministri. E colombi. Sarebbero loro, in realtà, lobiettivo dichiarato della «guerra» che da mesi mette a dura prova il sindaco Massimo Cacciari e la sua giunta; nel centro storico veneziano si concentrano ormai 20 mila volatili per chilometro quadrato, 4o volte il limite «ufficiale». Una colonia che gravita in buona parte su San Marco e dintorni, lunica area esclusa dal divieto di nutrire il popolo del cielo. Motivo della deroga: salvaguardare una tra le scene più pittoresche (e redditizie) di Venezia. Il 30 ottobre, però, il Comune ha detto basta. Unordinanza, e la «zona franca» è saltata. A partire dal 30 aprile: dopodomani. Il punto è che se dare il mangime ai piccioni è vietato, che fare dei 19 venditori che, con i loro carrelli da 8o cm per 40, ogni giorno (pioggia e acqua alta permettendo) riempiono di granaglie i sacchetti destinati a divertire i bipedi e nutrire i pennuti? La risposta pare ovvia: tutti a casa, Piazza libera. Ma è sul «come» che lamministrazione non si mette daccordo. Oggi toccherà al consiglio esprimersi sulla delibera di giunta, che propone la conversione delle licenze: da grano a souvenir. Peccato che in consiglio tiri unaria più favorevole al risarcimento economico (sostenuto anche da una delibera a firma Prc). E il sindaco rischia di finire in minoranza, secondo un copione già recitato un paio di mesi fa. Di mezzo cè stato un po di tutto, non ultimo il ricorso al Tar da parte degli ambulanti (titolari di 12 licenze da mezza giornata), con richiesta di sospensione. E il tribunale ha dato ragione al Comune: nessuna proroga, la documentazione di Ussl e Soprintendenza parla chiaro. Però: «Il Tar sottolinea il diritto ad essere indennizzato di chi vede compromessi i propri diritti», riassume Maurizio Trevisan, avvocato di quelli «che non ci stanno» (gli altri sono disponibili alla riconversione»). Spiega, Trevisan, che «per noi la delibera è illegittima perché il vero fine è allontanare i banchetti dalla piazza». Ed è vero che la Soprintendenza sta lavorando con il Comune per rivedere i piani relativi a plateatici (dai tavoli dei bar alle aree mercatali) e commercio ambulante escludendo punti «strategici», come i sagrati delle chiese. La Soprintendenza è categorica: quei carrelli se ne devono andare. Lassessore alle Attività produttive Giuseppe Bortolussi è daccordo («mi riprometto di creare altre aree, magari vicino al ponte di Calatrava, a piazzale Roma...») e altrettanto inamovibile: «La legge nazionale prevede lindennizzo, ma è generica e a rischio ricorso; quella regionale dice che bisogna dare un posto "equipollente". Sulle cifre, poi, ci sono visioni discordanti». Le stime della Soprintendenza parlano di 3.500 quintali di grano venduti allanno, per un ricavato di 3,5 milioni di euro: mille al giorno. «Ma se guadagnassi così tanto, le pare che mi farei problemi?», scatta Bruna, ex operaia con invalidità al 70, tra gli i i «ribelli». Bortolussi prosegue, «le dichiarazioni dei redditi parlano di 10-15 mila euro, lindennizzo potrebbe aggirarsi sui 100 mila». Sul tavolo restano tre opzioni: «Banchi di souvenir, soldi, posti di lavoro comunali. Il problema va risolto». Anche perché dal 1 maggio i banchetti resteranno chiusi. «E quale alternativa offriamo?». Pier Giovanni Brunetta (Confesercenti) se.la prende con il Comune: «Si poteva aspettare che chi è vicino alla pensione restituisse la licenza...». Nellattesa si ventila lipotesi di una «diaria», «ma nessuno ci ha ancora detto nulla», chiude Trevisan. «Un banco di souvenir per me è impossibile da gestire mormora Bruna -. Il 1 maggio noi saremo in piazza. Con i banchi chiusi, in segno di protesta».