In una rassegna a Ravenna il contributo del critico e storico alla salvaguardia dei beni culturali Non dispose solo una forma-museo innovativa, ma per primo protesse anche lambiente Uno sguardo alla sua attività di Direttore generale delle Antichità e Belle Arti Nel 2003 Roberto Longhi e il moderno; nel 2006 Francesco Arcangeli, dal Romanticismo allInformale; e adesso Corrado Ricci: la cura del bello: da quando cinque anni fa si è costituito in Istituzione Comunale - acquistando così unampia autonomia - il Museo dArte di Ravenna (M. A. R.) ha imbroccato e persegue un filone di mostre che lo distingue fra i confratelli. Non monografiche su un pittore o uno scultore, non su un momento, scuola o tendenza di una qualsivoglia arte visuale, ma su figure storiche (e memorabili) della storia dellarte. Mostre ambiziose, difficili, e da perderci la pazienza a metterle insieme e dargli un ordine che le giustifichi: a cominciare dal ripescare qua e là le opere che siano campioni eloquenti di quanto della figura storica prescelta si stimi bello ed utile far sapere. Le due prime: un successo. E questultima (aperta fino al 22 giugno)? Vediamo. Di Longhi e Arcangeli, anche fuori della stirpe degli addetti la memoria è recente e viva. Non così di Corrado Ricci, morto nel 1934, e di cui si celebra a Ravenna il centocinquantenario della nascita. E tuttavia, se si sta a guardare la persona e che cosa ha fatto, ci si avvedrà che nessuno, forse, nel filone prescelto, merita una rivisitazione più di lui. Perché se possiamo vantarci di un sistema museale e una tutela del «bello» consoni a un paese colto del nostro tempo, lo dobbiamo alla sua passione civile ed alla sua attività. Su Ricci pesa, e invoglia alla rimozione, il pregiudizio sui tempi e modi della sua crescita. Ed invero, se si pensa alla Bologna di cui fu lenfant prodige, ed al milieu carducciano e stecchettiano da cui fu coccolato, se ne ravvisa il profumo ottocentesco che ai nasi doggi più schizzinosi fa «démodé», per non dire stantio. Ma quanto ingegno, quanto brillante e ludico spendersi, quante studiose convergenze e svariati sbocchi, in quellambito culturale che si fa passare per «datato»! Ricci vi frequentò la facoltà di giurisprudenza, laureandosi con lode e menzione speciale; vi acquistò figura di brillante poligrafo (da saggista, a poeta, a storico, a polemista...) collaborando alle riviste e fogli più appropriati; e a ventiquattro anni, per concorso, entrò in carriera di bibliotecario. In tal funzione conobbe il giovane ma già autorevole storico dellarte Adolfo Venturi, che lo prese per allievo e ne raccomandò al ministero lassunzione nel nascente servizio di tutela dei beni artistici e culturali. Il primo incarico, nel '94, lo vede a Parma, direttore della Regia Galleria dArte. Da qui la mostra, ideata e curata insieme da Andrea Emiliani e dal direttore del MAR Claudio Spadoni, prende lavvio per imbastire la rappresentazione di quanto Ricci - Direttore generale delle Antichità e Belle Arti (dal 1906 al 19) - ha voluto ottenuto e fatto dentro e fuori il perimetro della sua figura istituzionale. E non è possibile intenderlo se non si rammenta lo stato del patrimonio antiquario e artistico del Regno in quegli albori del suo recupero e ordinamento. Ben può dirsi che Ricci, arrivato a Parma, si mette le mani nei capelli. Musei e raccolte ereditate dallo Stato unitario sono infatti congerie senza forma leggibile di opere attribuite per vaga memoria o per altri - si dice o si vorrebbe - e messe insieme, il più delle volte, così come sono arrivate, per lasciti di provenienza. Il nuovo direttore si tuffa nello studio e riconoscimento di quel che trova esposto e nei depositi, fa piazza pulita delle attribuzioni improbabili o sospette, scheda tutto sotto paternità certe, e dispone una forma-museo innovativa in cui le opere non hanno una funzione di mero spettacolo per diventare anche documenti di storia e strumenti di sapere. Gli anni di Parma (fino al '96) sono evocati in tre sale con bella mostra di opere da lui studiate e correttamente accertate o riattribuite (da Filippo Mazzola a Felice Boselli, al Bertoja, al Parmigianino...) e con la replica esatta di una parete della Galleria Nazionale come da lui riallestendo a fotografie del tempo. Viene anche richiamato in una intera altra sala il suo contemporaneo intervento di cognizione e schedatura esperito a Napoli sui dipinti della Collezione Farnese sottratti a Parma da Carlo di Borbone per accompagnarlo nel reame da lui strappato nel 1734 alla Casa dAustria. Di susseguenti incarichi a Ravenna (1896) Milano (1898-1903) e Firenze (1903-06) è data consimile memoria, sottolineando con esempi la qualità degli acquisti, che per Brera furono ventuno (fra cui in mostra il Miracolo di San Domenico di Benozzo Gozzoli e un Crocefisso di Cosmé Tura), e per gli Uffizi quasi altrettanti, destinati in massima parte alla Galleria degli Autoritratti. Ed è pure richiamata con dovizia di esempi (Taddeo di Bartolo, Ambrogio Lorenzetti, il Beccafuni...) la celebre mostra dellAntica Arte Senese che Corrado Ricci organizzò nel 1904. E poi a Roma, da Direttore Generale. Incarico che agevola la promozione a modello della forma-museo voluta e gli lascia spazio per altre vocazioni e compiti di studioso. Ne è un esempio il riordino cronologico e per scuole della quadreria dellAccademia Carrara, esperito a Bergamo nel 1912. Impresa anche questa non da poco e di vita breve, ma di cui si è potuto, come per Parma, dar saggio in una parete riallestita esattamente come lui la volle allora, con quattro ritratti fra i più celebri di Gian Battista Moroni accostati ad altri del Cariani e del Lotto. Pari attenzione è data alla figura dello storico e del critico, richiamata, in una sala, per le ricognizioni sulle acqueforti del Rembrandt, e in unaltra per gli scritti su Guido Reni, il Cagnacci ed il Barocci, di cui un capolavoro, Il riposo durante la fuga in Egitto, è in copertina del catalogo e sui manifesti della mostra. La cura del «bello»! Corrado Ricci lo ha curato e difeso pure dove e quando lo vedeva oltraggiato nella Natura. Aveva sotto gli occhi lo strazio della pineta di Ravenna, un tesoro ambientale e storico che per incuria, invasioni, incendi, ruberie del legname, sfrenato pascolo ed altri abusi si stava riducendo ad un insieme di pantani e sterpeti. E per primo lui volle, quel tesoro, riconoscerlo per tale, alla stregua dei mosaici delle basiliche o un affresco del Veronese, che erano tutelati da leggi sia pure approssimative, mentre quella pineta era allo sbando. Perciò si fece, nel 1905 promotore di una leggina che ne salvasse quel che restava. Un primo passo - e da battistrada! - verso quella legge Rava-Rosadi che dal 1909 avrebbe offerto pari tutela ai beni storici e artistici e alle bellezze del paesaggio. A quel suo insigne merito è reso omaggio con unescursione dalle Alpi alla Sicilia, in paesaggi di artisti come Carcano, Caffi, Fontanesi, Rossano, Cabianca, Signorini, i Palizzi, Lojacono, De Nittis e molti altri fra i più dotati del secolo dal Ricci attraversato. Un finale «da Guida Michelin» che da solo varrebbe il détour, per non dire il viaggio. Chi vuol sapere di più della persona, trova alla Biblioteca Classense carteggi e documenti, e al Museo Nazionale richiamata la figura del Ricci archeologo e promotore di restauri a regola darte in ogni campo. In un paese che non ha più memoria, il buon ricordo di unintera città per un suo figlio che labbia meritata, fa piacere.