Mi fermo a metà di via dei Mille e alzo la testa. Il solito passeggio trendy di signore magrissime e bionde, tutte di fretta per via del vicino ponte festivo, scorre indifferente sotto le auguste finestre di Palazzo d'Avalos. Chissà se qualcuno è al corrente che il bellissimo palazzo in rovina è l'ultimo in cui ancora abiti la famiglia nobiliare che lo fece costruire nel 1500. Proprio di fianco, Palazzo Roccella, sede del Pan, sfolgora di restauro fresco e di spot da discoteca: la smania per l'arte contemporanea e l'indifferenza per il patrimonio storico della città hanno nei due palazzi vicini la rappresentazione fotografica più efficace. Si potrebbero intervistare i due palazzi con le finestre parallele come le Iene fanno con i personaggi del momento e rivolgere loro le stesse domande per ottenere risposte opposte. Palazzo Roccella ha impiegato quarant'anni per venire restaurato e ricevere una destinazione; per Palazzo d'Avalos l'attesa e i piani sono a tutt'oggi irrealizzati. Il principe Francesco d'Avalos sta per cedere del tutto quel che resta della sua proprietà all'altro proprietario, l'ex presidente del Napoli Corrado Ferlaino, che nel 1992 acquistò una gran parte dell'edificio costituendo una società con l'erede della grande famiglia nobiliare. «Perché Palazzo d'Avalos non è diventato un grande museo dell'arte antica accanto al museo dell'arte contemporanea?», si chiede indignata Vega de Martini, sovrintendente ai Beni Culturali per Caserta e Benevento, che su Montesarchio, uno dei grandi possedimenti dei d'Avalos, alcuni anni fa organizzò una grande mostra dell'immenso patrimonio artistico della famiglia. Ci vediamo di fretta sotto il palazzo ritratto la scorsa settimana, il Serra di Cassano, e mi consegna documentazioni, planimetrie, pagine della storia familiare, fra cui anche un articolo della professoressa Flavia Luise che un paio d'anni fa ha pubblicato un libro per Liguori, «I d'Avalos». L'articolo lamenta l'abbandono del Palazzo al suo destino: l'anno prossimo cade il cinquecentenario (1509) del matrimonio di Vittoria Colonna, grandissimo poeta del Cinquecento italiano, e di Ferrante Francesco d'Avalos. Ischia e il Castello Aragonese si preparano a festeggiare l'evento, già ai suoi tempi memorabile per fasto e importanza, data la fama dei casati, i Colonna-Montefeltro e i d'Avalos, coinvolti. E Napoli che fa? La città ha la memoria corta, non ricorda la storia che c'è dietro quest'edificio mentre Ischia, che dei d'Avalos era proprietà, a quanto pare non intende perdere il legame con il suo passato. Chi erano, dunque, i d'Avalos di cui l'attuale principe Francesco e sua moglie sono gli ultimi discendenti? «Non fosse stato per loro - insiste Vega de Martini - Napoli non sarebbe passata agli spagnoli». Il primo d'Avalos, Inigo, era giunto a Napoli alla metà del Quattrocento e un suo ritratto era stato effigiato su moneta niente di meno che da Pisanello, un onore concesso solo ai regnanti d'Aragona: una moneta con l'immagine di Inigo si conservava ancora a Palazzo d'Avalos fino al 1943. Ma è poi nelle persone di Ferrante Francesco e di suo cugino Alfonso del Vasto che la famiglia ha la sua più significativa consacrazione nella Storia e nelle lettere della famiglia, già così grande in Spagna e poi sempre più autorevole nel suo ramo italiano: Ferrante Francesco, quale generale dell'esercito spagnolo durante la battaglia di Pavia del 1525 in cui, sconfiggendo Francesco I, consegnava la città a Carlo V segnando un capitolo, nel bene come nel male, della nostra vicenda locale e nazionale e dando l'Italia tutta agli spagnoli; Alfonso, combattendo per Carlo V contro i turchi e gli algerini, diventando cavaliere del Toson d'Oro. Alfonso era anche committente raffinatissimo di poesia e d'arte: fu lui ad accordare una pensione di cento ducati d'oro annui all'Ariosto e a donargli anche un prezioso gioiello. Ariosto, frequentatore del circolo letterario di Vittoria Colonna, per gratitudine e stima ritrasse Alfonso («il Vasto signoreggia e Alfonso è detto... il miglior cavallier di quella etade») in numerosi versi dell'Orlando Furioso. Di Alfonso a Capodimonte è anche il celebre ritratto attribuito a Tiziano, insieme al ciclo di arazzi che illustra la battaglia che ebbe Ferrante come protagonista e che un tempo erano conservati appunto a Palazzo d'Avalos. La spada di Ferrante, meravigliosamente effigiata, la trafugò Alessandro Dumas nel 1860, mentre l'Italia si riuniva, e ora, per paradosso, la si può ammirare nel museo di Cluny. La grandissima storia letteraria e quella politica s'intrecciano, dunque, nel palazzo di via dei Mille, su cui giganteggia, divisa fra Ischia e Roma, anche la figura di Vittoria Colonna, con i suoi versi, l'amicizia con Michelangelo, e tanta parte del Rinascimento europeo. E tante sarebbero ancora le figure da rievocare, incluso un d'Avalos che osteggiò la famosa congiura di Macchia del 1701 narrata da Giovambattista Vico contro il viceré Medinaceli. Carlo, il padre dell'ultimo e attuale principe, Francesco, è stato campione italiano di tennis. Musicofili, mecenati, grande nobiltà, l'ultima riconosciuta nonostante l'abolizione del patriziato napoletano ai primi dell'Ottocento dai Borbone, i d'Avalos sono dunque un patrimonio cittadino internazionale e il palazzo era anche custode dell'immensa collezione d'arte costituitasi nei secoli, confluita poi a Capodimonte e solo in parte esposta nelle sale, mentre il grosso dei pezzi giace invisibile nei depositi del museo. Il palazzo contiene ancor oggi opere d'arte, arredi, documenti e un archivio che meriterebbe d'essere non solo conservato, ma anche reso consultabile come accade, ad esempio, per i documenti del Seminario dei Nobili in via Nilo: Marialuigia Bugli ha eseguito un'accurata ricerca, pochi anni orsono, sulla collezione e la disposizione delle opere nel salone del piano nobile, che i d'Avalos avevano raccolto e immaginato con uno specifico significato iconografico. Il palazzo - che è del Cinquecento ma fu rifatto nel 1751 dal Gioffredo che per la famiglia lavorava già a Vasto, in Abruzzo, e poi nel 1840 subì modifiche nei giardini e negli esterni dovute al nuovo disegno del quartiere - è all'esterno ancora bellissimo, nonostante l'evidente degrado. Vega de Martini mi consegna una copia del progetto di restauro approvato nel 2004 e che non è mai decollato: non sarebbe davvero bello ricostruire l'identità complessiva di questo edificio?