E' necessario aprire con forte determinazione un dibattito sulla tutela del paesaggio in Italia innanzitutto per rafforzare la consapevolezza di tutti sui temi del paesaggio e dell'ambiente ma soprattutto per non dividere il paese costruendo artatamente divisioni fra coloro che hanno maggiore sensibilità ai temi del territorio ed altri che devono essere ancora persuasi ad una nuova e più lungimirante visione dell'ambiente. Non è dividendosi che si raggiungerà mai l'obiettivo di politiche serie e concrete di tutela del paesaggio e dell'ambiente. E non sarà così anche perché lo Stato con la proposta di modifica del Codice del Paesaggio, a suo dire necessaria per effetto di una recente pronuncia della Corte Costituzionale, sceglie di tornare indietro, di affidarsi ad un neocentralismo burocratico secondo logiche che dimostrano la profonda arretratezza culturale dell'apparato statale e in profonda contro tendenza rispetto alle stesse raccomandazioni contenute nella Convenzione Europea del Paesaggio. Va detto innanzi tutto che la sentenza della Corte Costituzionale del novembre scorso conferma e non "restituisce" una competenza che è sempre appartenuta allo Stato e che semmai si può discutere in che modo, in questi ultimi decenni, è stata compiutamente esercitata dagli organi periferici del Ministero. La Sardegna che per prima fra le Regioni di Italia ha ottemperato a quanto il Codice Urbani prescriveva, sa bene che il punto cardinale di riferimento nell'elaborazione del Piano Paesaggistico è sempre stato quello di garantire allo Stato, in virtù della delega assegnata, la migliore e più efficace tutela con riguardo ad una serie di specificità territoriali che proprio la visione regionale ha potuto analizzare. L'introduzione del Codice Urbani nella legislazione nazionale ha proposto infatti, il coinvolgimento delle Regioni nella costruzione dei Piani Paesaggistici, ovvero piani urbanistici-territoriali aventi valenza paesaggistica, quali strumenti di coordinamento di politiche volte alla migliore tutela ed al conseguimento di reali obiettivi di qualità paesaggistica. Rispetto ad una tutela puntuale sui singoli beni fino ad allora svolta dalle Sovrintendenze, si è introdotta la tutela dell'intero territorio considerato come un unico bene o meglio come unico contenitore di valenze ambientali, culturali e paesaggistiche. Le Regioni che hanno approvato il Piano Paesaggistico e quelle che si accingono a farlo possono dimostrare come gli obiettivi posti dall'articolo 9 della Costituzione siano pienamente realizzati all'interno di questi Piani, ma di più, che le stesse previsioni di tutela spesso vanno ben al di là di quelle che lo Stato aveva posto e proposto con propri provvedimenti. Il caso Tuvixeddu a Cagliari, così come alcune lottizzazioni autorizzate dallo Stato sul litorale di Muravera, stanno a dimostrare come le norme tecniche di attuazione del Piano Paesaggistico della Sardegna conseguano obiettivi più ampi e motivati di tutela e di valorizzazione. Ora la riforma del Codice proposta e che vede le Regioni unitariamente critiche sul testo sembra non prendere atto di quello che è stato fatto nei contesti regionali negli ultimi 4 anni e ancor meno della necessaria integrazione e collaborazione attraverso l'istituto delle intese fra Ministero e Regioni nelle procedure di attuazione dei Piani Paesaggistici. Al contrario viene ripristinata la già nota condizione vincolante della Sovrintendenza su ogni intervento di trasformazione territoriale, sottintendendo in questo modo che i Piani Paesaggistici non siano in grado di trovare una naturale ricaduta e coerente recepimento nella pianificazione urbanistica delle Regioni. La posizione del Ministero da questo punto di vista non fa nessun passo in avanti rispetto al testo originario del Codice ed anzi si prospetta come una buona ragione per non incentivare le Regioni a varare i Piani Paesaggistici. Secondo questa impostazione ci ritroveremo a dover "contrattare" ogni singolo intervento con gli organi periferici dello Stato secondo una logica tutta da capire, nel senso che quando si prescinde da una pianificazione coordinata a determinati obiettivi il disegno che ne viene fuori è privo di costrutto logico, è episodico e spesso incoerente fra intervento ed intervento. Insomma abbiamo già davanti quello che potrà scaturire da questo dietrofront dello Stato anche nella considerazione che la capacità di intervento pubblico nella tutela non può sottostare alle diverse e discontinue sensibilità dei dirigenti del Ministero che ruotano nelle diverse sedi. Un secondo punto fondamentale di contrasto è quello sulla semplificazione amministrativa. Le procedure contenute nella proposta del Governo sono tali da ledere il diritto dei cittadini a risposte certe e rapide con una complicazione burocratica che nel migliore dei casi produrrebbe risposte non prima di 5 o 6 mesi. Il punto è di semplice composizione e soluzione e, come è stato evidenziato dalla rappresentanza delle Regioni al Ministro, deve dare coerenza al principio di sussidiarietà e leale collaborazione fra Stato, Regioni ed Enti Locali. Così come le Regioni riconoscono la sovraordinazione dei Piani Paesaggistici ad ogni altro strumento di Pianificazione di propria competenza, lo Stato deve concorrere con le Regioni e gli Enti Locali a dare attuazione agli obiettivi dei Piani nel rispetto delle intese conseguite e delle prerogative delle Regioni in un quadro di modernizzazione dei processi autorizzativi. Ci sono Regioni che possono dimostrare di essere andate assai più avanti dello Stato nel definire le regole di una moderna tutela del territorio e dell'ambiente e forse la carenza più evidente della Commissione Settis è stata proprio quella di non essersi collegata con una mutata realtà in atto, nelle diverse Regioni. Lo Stato da solo ha già dimostrato di non poter garantire un efficace compimento di quanto prescrive l'articolo 9 della Costituzione. La nostra convinzione è che serve portare avanti in Italia una profonda rivoluzione culturale sui temi dell'ambiente, del paesaggio e della buona architettura, e questo è uno dei compiti più alti dello Stato. Uno Stato di "polizia" sui temi del territorio ha già fallito il suo compito lasciando nel nostro paese infinite scie di scempi ambientali e di abusivismi di ogni genere. Una delle cose più urgenti che si impone perché i Comuni e le Regioni realizzino veri obiettivi di qualità paesaggistica sarebbe quella di abolire il sistema di autofinanziamento delle autonomie locali basato sulle imposte patrimoniali, sull'ICI e ogni altro onere di costruzione o lottizzazione che risultano oramai le più importanti voci di entrata nei bilanci comunali. Quando i Comuni devono finanziare le proprie attività e non dispongono di adeguati finanziamenti dello Stato o delle Regioni è il territorio e la sua capacità di essere trasformato che diventa lo strumento di finanziamento pubblico. In Sardegna proprio in virtù di tale considerazione l'approvazione del Piano Paesaggistico ha coinciso con una riforma del sistema delle Autonomie locali che in tre anni ha aumentato del 43 i trasferimenti della Regione ai Comuni ed alle Province, mentre lo Stato continua a diminuire anno dopo anno, i flussi di finanziamento. Liberare i Comuni e le Regioni da questa "dipendenza" sarebbe davvero il segno di uno Stato che riconosce fra le prime dieci priorità della sua funzione quella di tutelare la terra sulla quale intende far prosperare le generazioni future.
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27 Aprile 2008
La tutela del paesaggio ha bisogno di politiche serie e concrete
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Gian Valerio Sanna
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