In una scuola di un quartiere ispanico di San Francisco un mattino fui accolto da unorda di bambini che mi trascinò nel vasto cortile dellistituto, dove dominava il cemento. In un angolo, strappato al parcheggio dei professori, occhieggiava un fazzoletto di terra rigoglioso: piante di mais, pomodori, legumi, insalate e anche fiori. Tutto coltivato da quei piccoli simpatici studenti. Lentusiasmo che avevano nel mostrarmi i frutti del loro lavoro mi lasciò di stucco: oltretutto il contesto era molto povero, la zona era di quelle dove non vorresti trovarti solo di notte a passeggio. Un bambino che coltiva un piccolo orto, insieme ai suoi coetanei, oggi sembra un miracolo. Non soltanto in un quartiere difficile di San Francisco. È una forma di educazione rivoluzionaria. Perché ribalta il concetto di "somministrazione" dellinsegnamento e perché riavvicina intimamente ai ritmi della Natura, allinterno di contesti urbani in cui questa conoscenza è quasi del tutto sparita da almeno un paio di generazioni. Le ripercussioni di questo distacco traumatico, sullalimentazione e sulla coscienza ecologica di milioni di persone, sembrerebbero irrecuperabili. Invece con un semplice pezzetto di terra si può realizzare qualcosa di efficace, e i risultati sono sorprendenti: la capacità dei bambini di assorbire conoscenza attraverso la semplice pratica, attraverso piccole scoperte quotidiane che fanno con i loro sensi, è qualcosa che in età matura diventa difficile. Le giovani generazioni sono il terreno più fertile su cui seminare un rinnovato sapere nei confronti del cibo e del territorio. Lo scambio di conoscenze intergenerazionale, limpiego di volontari pensionati allinterno di questi progetti è poi un altro valore aggiunto. Si trasmette così una sensibilità destinata a sparire perché molti genitori, non per colpa loro, non sono più in grado di insegnare ai loro figli. E qui si realizza un altro piccolo miracolo, perché i bambini portano in famiglia quanto appreso a scuola, diventano dei piccoli moderni gastronomi, che sanno scegliere il loro cibo in funzione della qualità e del rispetto della Natura. Che i programmi ministeriali trascurino così tanto lalimentazione e la conoscenza diretta della Natura rimane un mistero: forse rispecchiano ancora la sensibilità di un tempo in cui la campagna e il mestiere del contadino dovevano essere accantonati nel nome della modernità, quasi fossero un peccato originale di povertà e di pochezza culturale. Quel tempo è finito, e dobbiamo ringraziare tutti quegli insegnanti, quei genitori e quei nonni che si impegnano con passione in qualcosa che riuscirà realmente a cambiare lapproccio di tanti futuri cittadini al cibo, e quindi anche alla Terra su cui vivono. Un rispetto sacrale, che nasce dallintima conoscenza, dal contatto diretto: dire che in questo caso i libri servono a poco non è facile retorica, è una "comoda verità" che spero moltiplichi gli orti scolatici in tutta Italia.
Così riaffiora la terra nei giardini di cemento
Un articolo descrive un'esperienza personale in una scuola di un quartiere ispanico di San Francisco, dove il narratore è accolto da un gruppo di bambini che coltivano un orto in un cortile. Il narratore è colpito dalla loro entusiasmo e dalla capacità di assorbire conoscenza attraverso la pratica. L'articolo sottolinea l'importanza di questo approccio all'educazione, che riavvicina i bambini alla natura e alla conoscenza diretta del cibo. Si discute anche dell'impatto negativo della "somministrazione" dell'insegnamento e della mancanza di sensibilità per l'alimentazione e la natura tra le generazioni.
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