La denuncia della soprintendente: «Lavoriamo al meglio fra mille difficoltà» La Minerva d'Arezzo aspetta fiduciosa di venire riassemblata. La testa della statua in bronzo, rinvenuta nel Cinquecento e acquistata da Cosimo I de' Medici insieme a quelle dell'Arringatore e della Chimera, mostra da sopra un tavolo in disparte il suo volto giovanile in tutta la sua lucentezza. Il metallo, pulito dopo lavaggi e interventi laser, ha riacquistato la patina originaria, finora nascosta dagli strati di vernice, che nel Rinascimento aveva dato una falsa colorazione. Nel frattempo si lavora sulla parte del busto, dove sulle spalle è tornata visibile la corazza a squame. La statua tornerà nel museo a giugno e per la prima volta verrà esposta senza le integrazioni settecentesche, compreso il discusso braccio destro, creato dal Carradoni e palesemente estraneo alla postura tradizionale della divinità romana. Al piano superiore invece si procede con speciali martelletti pneumatici e ultrasuoni a rimuovere le incrostazioni calcaree dei reperti recuperati dal Polluce: il piroscafo postale, affondato nel 1841 al largo dell'Elba, ha restituito elementi d'arredo (ben conservato un water in bronzo rivestino in porcellana finemente decorata), oggetti personali di toeletta, gioielli, ex voto,etc, cui si aggiunge un vero e proprio 'tesoro' in monete che, si dice, fosse destinato alla Carboneria. Nelle sala accanto fanno bella mostra di sé vasi a figure rosse, buccheri e urne cinerarie. C'è di tutto e di più nei laboratori del Centro di Restauro di Firenze della Soprintendenza Archeologica della Toscana, dove mani tanto esperte quanto pazienti lavorano ogni giorno per conservare al meglio i tesori più importanti del nostro patrimonio antico. L'attività del Centro è ripresa nel corso del 2005, nella nuova sede in largo del Boschetto, a Soffiano, dopo la pausa imposta dai lavori di ristrutturazione. All'interno operano una quindicina di restauratori, oltre a quattro tecnici e alcuni professionisti come biologi, antropologi e geologi, pari a un totale di 24 operatori, amministrativi compresi. Davvero poco personale, se si pensa alla mole di lavoro che questo Centro, invidia di mezza Italia, potrebbe smaltire. «Il Centro di restauro è la naturale prosecuzione degli 'angeli del fango' spiega la soprintendente ai Beni Archeologici della Toscana Fulvia Lo Schiavo , ma a differenza dell'epoca dell'alluvione, devo sottolineare con rammarico che il Ministero si è dimenticato di noi». Romana di nascita, per 26 anni nell'amministrazione del ministero dei beni culturali in Sardegna, Fulvia Lo Schiavo, archeologa specializzata in protostoria europea, ricopre da quest'anno anche il ruolo di direttrice del Centro di Restauro di Firenze. La soprintendente non nasconde però le difficoltà, in primo luogo quelle che tutte le soprintendenze d'Italia si trovano ad affrontare: l'esiguità dei finanziamenti. Ma Fulvia Lo Schiavo si pone principalmente un problema di prospettiva della struttura che gestisce: «Bisognerà pensare ad un programma di concorsi e a rimpinguare gli organici dice . Sono circa 15 anni che non sostituiamo il personale e l'età media dei nostri restauratori è alta; è necessario far entrare forze giovani». Nonostante tutto ciò il Centro fiorentino ha fatto e continua a fare scuola. Su questa esperienza infatti sono nati il laboratorio del legno bagnato di Pisa, quello del vetro di Chiusi e perfino l'Opificio delle pietre dure ha aperto in collaborazione una sezione archeologica, tanto per fare alcuni esempi. «Facciamo miracoli a lavorare in queste condizioni insiste la studiosa . C'è un forte senso di precarietà. Basti pensare che anche questa sede è provvisoria. Solo ultimamente, dopo anni di incertezza, forse abbiamo ricevuto una proposta seria. Incrociamo le dita e non diciamo niente per scaramanzia».