Nell'architettura contemporanea è invalsa l'abitudine a stupire: e nascono nuove metropoli avulse dal contesto. Parla Francesco Dal Co Come dice Filarete, l'architettura è figlia di un padre e di una madre: non nasce dal nulla. È' frutto dell'incontro tra l'architetto e il committente. ..». Francesco Dal Co, storico e critico dell'architettura, risponde al quesito: quali sono gli elementi che determinano l'evoluzione dei modi di progettare. E parte da un approccio storico al problema: «II ruolo del committente, con i suoi gusti, le sue attese o pretese, le sue disponibilità, non può essere sottovalutato. Se nel passato l'architettura ha conosciuto singoli grandi committenti, nell'epoca contemporanea si è trovata di fronte a nuovi soggetti, spesso di natura collettiva: imprese, società, corporation. Questi, in genere per motivi economici, hanno teso a richiedere quella spettacolarizzazione che si può ottenere solo con edifici che escono dall'ordinario. Da qui il fatto che in molti architetti è invalsa l'abitudine a puntare sullo stupire: è un fenomeno che nei nostri paesi abbiamo visto prosperare negli anni recenti e che forse oggi sta cominciando a regredire, perché nei paesi più evoluti si comprende che l'effetto sorpresa è effimero. Così, mentre qui si guarda con sempre maggiore attenzione agli aspetti sostanziali dell'edificare, la ricerca di forme e dimensioni stupefacenti ha successo nei paesi in via di sviluppo. Basti pensare a quel che accade in Arabia, dove si mettono in cantiere intere nuove città che appaiono un po' come gigantesche Disneyland: sconfinati luoghi di svago, totalmente avulsi dal contesto paesistico e dalla storia del sito. Luoghi inimmaginabili, oasi dell'assurdo che improvvisamente emergono nella meravigliosa pace dei deserti. Nei grandi Paesi del lontano Oriente la situazione è alquanto diversa: qui a grandi passi ci si muove per colmare il divario e quindi sorgono caricature delle architetture occidentali, espressioni dell'ansia di arrivare rapidamente, ma non si fondano su una vera cultura, né del luogo, né d'importazione». Il problema dell'effimero riguarda anche la durata degli edifici: nei Paesi del Golfo in pochi anni li cambiano... «Distinguiamo tra esigenze economiche ed esigenze di rappresentanza. Dove prevalgono le prime, la tendenza è ontologicamente effimera. La rappresentanza esige invece anche un radicamento. Per progettare palazzo Rucellai, Leon Battista Alberti andò a Roma col banchiere committente per studiare i palazzi di quella città, che erano visti come espressioni di una cultura di comune appartenenza: il desiderio di rappresentanza era inteso come appartenenza e radicamento. Dove invece il progetto nasce solo come affermazione economica, diventa ubiquo, ma quindi anche volatile». Invece che accade in Europa e in America oggi? «In Europa, Stati Uniti e America Latina si torna a modi costruttivi più concreti. Si è posto il problema dell'eccessivo consumo dei suoli, mentre stiamo vivendo ancora una fase espansiva dell'edilizia residenziale e delle infrastrutture, soprattutto per il trasporto aereo. Un altro importante fenomeno è quello della crescita dei luoghi di aggregazione culturale. I musei in passato erano frequentati da piccole élite, oggi sono diventati magneti che attirano un numero crescente di visitatori ed è sorto il turismo culturale di massa. Basti pensare che anche in Dubai, allo scopo di attirare i turisti europei ricorrono a prestiti dal Louvre o dal Guggenheim...». Tuttavia, dalla Carta di Atene, oggi non v'è grande produzione teorica... «No. Dal '400, col De re aedificatoria dell'Alberti, invalse tra gli architetti la tendenza ad interrogarsi per individuare indicazioni che fungessero da guida e producessero cultura. Tale tendenza è continuata sino alla prima metà del '900, con Le Corbusier e la citata Carta di Atene per esempio, ed ha svolto un ruolo importante. Forse le ultime maggiori produzioni teoriche sono Complessità e contraddizioni in architettura di Robert Venturi e L'architettura delle città di Aldo Rossi. Poi, dagli anni '60 del secolo scorso la situazione cambia: nasce l'iper-specializzazione e scema la produzione teorica. Gli architetti si esprimono con i loro progetti». Manca una cultura condivisa? «Non è questo il punto. Già Le Corbusier e Mies van der Rohe, pur creatori di solchi teorici importanti, erano latori di modi espressivi molto diversi. Il problema è la tendenza all'omologazione - per cui a Shanghai si trovano grattacieli simili a quelli di New York - e all'incoerenza tra forma e struttura, suggellata dal Guggenheim di Gehry a Bilbao». Possono influire sull'evoluzione dei progetti le nuove tecnologie, quali quelle per le energie sostenibili? «Non in un quadro frammentato come quello italiano, dove ogni comunità locale ha proprie regole e tanti piccoli produttori artigianali non offrono garanzie adeguate. Diversa la situazione in Svizzera per esempio, dove si usa la geotermia secondo regole sperimentate e uguali su tutto il territorio. A volte queste nuove tecnologie hanno effetti nefasti: sono rimasto stupito nel vedere i campi di energia eolica, mostruosi mulini a vento rumorosi e con pericolosi effetti magnetizzanti, oltre che costosi". Quindi qual è la prospettiva futura? «Non quella delle "archi - star", strette nell'effimera durata dei loro successi temporanei. Il futuro è in mano a committenti più attenti e responsabili, che favoriscono un'architettura diffusa di qualità: non gridata ma ragionata. L'architettura deve rispondere alle esigenze normali del vivere sicuro e confortevole, non al desiderio di eccezionalità».
E nelle città trionfa lo stile Dubai
L'architettura contemporanea è caratterizzata dall'abitudine a stupire, con nuove metropoli che emergono avulse dal contesto. Il ruolo del committente è fondamentale, con gusti, attese e disponibilità che influenzano l'evoluzione dei modi di progettare. In Europa, Stati Uniti e America Latina si sta tornando a un approccio costruttivo più concreto, mentre in paesi in via di sviluppo la ricerca di forme e dimensioni stupefacenti ha successo. La durata degli edifici è anche un problema, con la tendenza a cambiare rapidamente. La rappresentanza esige invece un radicamento.
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