Prima ipotesi improbabile. Una pattuglia della polizia in servizio notturno pizzica un graffitaro mentre con la bomboletta spray sta sconciando con demenziali ghirigori il muro di uno dei pochi edifici scampati alla nefasta orda, responsabile di una delle più odiose, perché maggiormente percepite, forme di degrado del paesaggio urbano. Il problema non sta nella natura del soggetto dipinto (spesso una serie di lettere dell'alfabeto incastrate l'una nell'altra) e nella qualità della pittura che può apparire demenziale a noi che per i muri delle nostre case preferiamo la piatta e ignorante tinteggiatura dell'imbianchino, ma non, per esempio, a uno Sgarbi o a un Veltroni che, finché si tratta dei muri degli altri, li vedrebbero meglio impreziositi da questa paranoica forma espressiva che chiamano arte e che all'arte assomiglia come un cetriolo assomiglia a uno Stradivari. Il soggetto, per assurdo, potrebbe essere di genere sacro, caso in cui, più che di un graffitaro, si tratterebbe di un madonnaro stravagante che ama lavorare in verticale. Ma la legge, seppur vaga, proibisce di scrivere e di disegnare sui muri (foss'anche Madonne), per cui la pattuglia della polizia non è tenuta a esprimere giudizi di merito o di contenuti prima di agire. Però, mentre il graffitaro, di fronte alla contestazione, non si sa ancora se di un reato o di un'infrazione, a scanso di equivoci si dichiara «prigioniero artistico», gli agenti devono accertare se si tratti del muro di un edificio storico, caso in cui scatterebbe l'arresto, o di un muro ordinario, caso per cui è prevista una modesta ammenda. Il compito non è semplice perché bisognerebbe che gli agenti disponessero di un catalogo dei muri storici per poterli distinguere da quelli che non lo sono, e questo è davvero chiedere troppo alle forze dell'ordine che hanno già abbastanza da fare. L'improbabilità dell'ipotesi non sta però in questo, ma principalmente nel fatto che la polizia o i carabinieri o i vigili urbani riescano a beccare il graffitaro in flagranza, visto che non c'è un'opera che non sia stata portata a compimento in tutta tranquillità. Seconda ipotesi ugualmente improbabile ma non augurabile soprattutto per il graffitaro. Il proprietario dell'edificio (o più proprietari se si tratta di un condominio) rientrando a casa di notte, sorprende un maramaldo mentre glielo sta ricamando. Ha appena finito di farlo ridipingere sborsando un bel po' di quattrini. Che fare? Seguire l'istinto (omicidio volontario) o la ragione (se lo ammazzo finisco in galera e quindi è meglio avviare un dialogo per sapere almeno perché abbia scelto il mio muro invece di quello di casa sua)? Suppongo che quella di cogliere in flagrante uno dei tanti fanatici dello spray che stanno rovinando le nostre case e i nostri monumenti sia il primo impulso di ogni cittadino danneggiato che, non sentendosi protetto dalle istituzioni, è tentato di farsi giustizia da solo. Il secondo impulso è quello, molto più sensato, ma dannoso per il fegato, della rassegnazione. Del resto, è un bel pretendere che i graffitari risparmino muri, monumenti, treni e autobus se i primi a dargli spago sono quelli che li dovrebbero combattere, come i sindaci. Qualche mese fa a Roma, in concomitanza con l'uscita del film Scrivilo sui muri, finanziato con i soldi del ministero della Cultura, il sindaco Veltroni ha messo a disposizione dell'orda vandalica dello spray ottomila metri quadrati di muri perché si sbizzarrissero a piacere. E a Milano mentre la sindaca Letizia Moratti dichiarava guerra agli imbrattatori, il suo assessore alla Cultura, Sgarbi, protestava per l'arresto di un noto graffitaro che ha paragonato a Giotto. Sarà, ma questi Giotto stiano lontani dai nostri muri. Alle loro bombolette preferiamo le pennellesse degli imbianchini.