L'immediato ritiro del decreto legislativo di riforma voluto dal ministro per i Beni e le attività culturali Giuliano Urbani, l'apertura di un tavolo di confronto. Con queste due proposte si è chiusa, ieri sera, l'assemblea autoconvocata degli ex direttori della Biennale di Venezia. Nella sala di Pietro da Cortona dei musei Capitolini, offerta dal sindaco Walter Veltroni (che nel '98 riformò a sua volta la Biennale facendone una Società di cultura), c'erano molti ex protagonisti dell'istituzione veneziana: registi come Felice Laudadio e Carlo Lizzanì che diressero la mostra del cinema, Achille Bonito Oliva che fu a più riprese responsabile delle arti visive, l'ex direttore della sezione architettura Massimiliano Fuksas. E poi i registi Ettore Scola e Citto Maselli, l'attuale consigliere di amministrazione Amerigo Restucci, l'ex ministro Giovanna Melandri: ma la riunione aveva la piena approvazione anche di Germano Celant, Gillo Pontecorvo, Maurizio Cal-vesi. Franco Quadri, Luca Ronconi. Tutti, con sfumature diverse, ostili a un decreto legislativo (per la verità già sottoposto ad ampie revisioni dalla commissione Cultura della Camera che si riunirà ancora martedì prossimo) che in una prima versione prevedeva la nascita di un Comitato scientifico di cui avrebbero fatto parte Cinecittà Holding, Triennale, Quadriennale, Scuola del cinema, Piiti. Il ritiro è stata la proposta finale dell'assemblea autoconvocata («non voluta da Veltroni, come qualcuno ha scritto», ha chiarito Laudadio, e il sindaco si è limitato a un silenzioso saluto). Sottoscritta prima di tutto da Laudadio: «Ritiro e discussione. Il decreto, ricordo, ha anche raccolto l'opposizione di uomini della sua parte politica come il presidente della commissione Cultura Ferdinando Ador-nato, che ha usato espressioni molto forti, e del presidente della regione Veneto, Giancarlo Galan». Maselli ha portalo l'appoggio della Federazione europea dei registi dell'audiovisivo: «La presidente Liv Ullmann ha già contattato personaggi come Berlrand Tavernier, se la riforma passasse sono pronti ad aderire a una manifestazione alternativa alla Biennale». Per Restucci «la Biennale è pienamente autonoma dalla sua fondazione avvenuta nel 1895, e quell'autonomia resistette persino a Starace o quando divampò la polemica sulla Biennale del dissenso di Carlo Ripa di Meana nel 1972, II ministro vorrebbe darci edifici del demanio per patrirnonializzare la futura Fondazione, ma rischiano di diventare ulteriori pesi se non avremo i fondi per ristrutturali». Ma è soprattutto l'ipotesi di un «comitatone» scientifico allargato ad altre istituzioni a preoccupare. Ironizza Fuksas: «Mettere insieme Biennale, Triennale, Quadriennale è come allineare un ombrello, una scarpa, una pera. L'importante, poi, è che gli sponsor non dettino legge in campo culturale e che la guida complessiva delle istituzioni culturali italiane, come avviene al Beaubourg con Bruno Racine, sia nelle mani di un intellettuale». Interviene anche Giovanna Melandri: «Questi tre anni di gestione culturale sono stati un disastro, il decreto immagina una gravissima lesione all'autonomia culturale con l'invenzione degli atti di indirizzo del ministero. Però Urbani sembra disposto a fare marcia indietro stavolta più di altre, speriamo che il decreto cambi radicalmente». Bonito Oliva riferisce della riunione avuta con Urbani venerdì: «Ragioniamo sulle cose senza pregiudizi. Urbani è detto disposto a rivedere il nodo del Comitato ed ha proposto di sostituirlo con gli ex direttori delle diverse sezioni della Biennale che potrebbero regalare conoscenze ed esperienze». E toccato ad Alain Elkann, consigliere culturale di Urbani, riferire le posizioni del ministro: «II ministero è aperto a ogni confronto, l'unica intenzione vera è rinforzare soprattutto la Biennale cinema, tarla grande come Cannes. Il Comitato? La discussione e aperta, non si immagina nessuna prevaricazione, in fondo Cinecittà Holding, Biennale di Venezia e Fiera di Milano già collaborano da tempo».