Buona la terza. Nel senso che Luca Barbareschi, attore di professione, anche se Morando Morandini scrisse di lui che «è un infelice perché ha sbagliato mestiere», già nel 2001 e nel 2006 si mise in fila prima nel Polo poi nella Casa delle libertà come aspirante condottiero politico-culturale «di una controegemonia di destra per spezzare il pensiero unico dominante di sinistra»,per usare le parole di un noto intellettuale conservatore che però non vuole farsi pubblicità, almeno in quest'occasione. Anche Barbareschi, in fondo, è un intellettuale. Ma istintivo, di pancia. Intellettuale istintivo, quasi un ossimoro. Di qui il ricorso facile alla polemica, spesso condita da insulti e offese, e non senza incappare in qualche contraddizione. Come quando divise il campo in due tra lui e Nanni Moretti: «Nanni è un moralista, io un un libertario». Eppure quando uscì il suo Trasformista, una sorta di contro-Portaborse che collezionò magri incassi al botteghino, il Foglio di Giuliano Ferrara lo bollò in questo modo: «Un film così moralista che alla fine viene voglia di buttare i resti del popcorn fuori dagli appositi contenitori o di salire sull'autobus senza biglietto». Buona la terza, dicevamo. Perché stavolta Barbareschi è riuscito finalmente ad avere l'investitura tanto desiderata. Grazie al Porcellum è stato nominato deputato da Gianfranco Fini, che ogni volta che lo incontra si lascia travolgere felicemente dalla fisicità dell'attore con baci, abbracci e pacche sulle spalle, e nell'ordine si è già candidato a fare il ministro dei Beni culturali, il sottosegretario dei Beni culturali, il presidente della commissione Cultura alla Camera. Una bella soddisfazione dopo la solitudine patita nel 2001 e nel 2006 quando si sentì abbandonato dalla destra a lui tanto cara e se la prese con tutti: «Non mi fanno lavorare. La colpa è di Gianni Letta che non vuoi sentirmi nemmeno nominare. Il giannilettismo lo detesto, Berlusconi mi piace quando manda la Confindustria a quel paese». Per consolarsi si mise a contare i milioni di euro, più di venti, che la Rai gli versò per le fiction girate dalla sua casa di produzione, che si chiama Casanova perché Barbareschi si sente più vicino a don Giacomo che a don Giovanni. Ed è per questo allora, per tornare ai soldi, che adesso da deputato l'attore pensa di affidare la sua Casanova a un blind trust per via del conflitto d'interessi. Barbareschi è di destra ma non ha mai aderito ad An e un tempo aveva come suoneria del telefonino l'inno di Forza Italia. Senza contare il suo passato da «socialista convinto», da definizione del craxiano Claudio Martelli. E a proposito dell'esule di Hammamet e del garantismo. Barbareschi dixit: «Certe verginelle che inneggiano alle forche mi hanno sempre dato fastidio». E poi, quando l'Italia non comprese il suo Trasformista: «Gli italiani si meritano una strana commistione tra Previti e Benigni, a modo loro due persone che prendono per il culo tutti». Benigni non si offese, Previti invece sì e lo querelò chiedendo un risarcimento di 500mila euro. Ora, per fortuna, gli italiani si meritano anche lui come rappresentante del popolo sovrano. Dopo un paio di convegni con l'azzurra Gabriella Carlucci, altra aspirante rivoluzionaria della cultura di destra, da sinistra hanno pure cominciato a strizzargli l'occhio, sperando in finanziamenti e aiuti dall'attore che un giorno citò Harold Pinter per un'apologia' del merito e della concorrenza: «Pinter mi disse:"A noi ci ha salvato la Thatcher quando ci ha tagliato i fondi"». Appena uditi i primi proclami di Barbareschi un finiano di rango si è lasciato sfuggire una profezia: «Questo qui quando tra sei mesi capirà che non potrà cambiare il mondo comincerà a dare i numeri e sarà difficilissimo da gestire». Anche per questo, il coordinatore azzurro Sandro Bondi, in procinto di sedersi sulla poltrona di ministro dei Beni culturali, avrebbe fatto sapere discretamente di non gradire Barbareschi come sottosegretario. Memore, Bondi, degli insulti che nella penultima legislatura il sottosegretario Sgarbi rivolse al ministro Urbani. Ma la vera fissazione dell'attore sono le zoccole. No, non in quel senso. Anche perché, lui stesso, ha recentemente rivelato di essersi liberato grazie alla psicoanalisi della sua sex addiction. Il riferimento, invece, è a una storica assemblea dei quadri Rai di An che si tenne in un teatrino parrocchiale a Roma nel dicembre 2005. Barbareschi fu uno dei relatori e riassunse così l'esperienza della destra di governo: «In Rai An ha portato solo zoccole». Adesso, invece, An lo ha portato in Parlamento.