Il dovere della tutela, sancito dalla Costituzione, ebbe illustri precedenti negli Stati preunitari. Mercoledì scorso, 10 dicembre, Salvatore Settis, direttore della Scuola Normale Superiore di Pisa, ha tenuto al Piccolo Teatro di Milano un intervento su «Patrimonio culturale e società civile», nell'ambito del ciclo di lezioni del Fai dedicate all'«Italia, giardino d'Europa». Per gentile concessione dell'autore e del Fondo per l'Ambiente Italiano proponiamo qui un passo della lezione. Affrontando il tema del «patrimonio culturale» devo subito dichiarare che anch'io ho i miei pregiudizi: il principale è che il cittadino comune abbia diritto di parola su questo tema, che non si debba tacere quando non si è soddisfatti della piega che vanno prendendo le cose. È un pregiudizio antico, come dimostra un passo di una lettera di Francesco Petrarca, che penso sia molto salutare rievocare qui oggi. Petrarca scrive a Cola di Rienzo: «Così a poco a poco non solo i monumenti ma le stesse rovine se ne vanno. Così si perdono testimonianze ingenti della grandezza dei padri e voi, tante miglia-ia di forti, voi taceste di fronte a pochi ladruncoli che infuriano in Roma come in una città conquistata, taceste non dico come servi ma come pecore, e lasciaste che si facesse strazio delle membra della Madre comune». L'indignazione civile che pervade questo testo scaturiva da una situazione per molti versi imparagonabile alla nostra. C'è tuttavia un elemento di continuità, e cioè l'idea che i monumenti costituiscano l'ipostasi visibile della Madre comune. Che questa Madre comune la vogliamo chiamare Italia o civiltà mediterranea o europea, poco importa. Importa invece rendersi conto che essa esiste come elemento di identificazione culturale insostituibile. Bisogna dirsi molto chiaramente una cosa: quello che accadrà o non accadrà al patrimonio culturale in Italia è importante: per noi, perché siamo italiani, perché l'Italia è un Paese che ha un patrimonio culturale ricchissimo, perché ci viviamo. Ma c'è una ragione in più: la cultura occidentale della tutela è nata in Italia, ed è legata all'idea che gli oggetti devono restare nel contesto che li ha prodotti. È una storia lunga, che si dirama proprio dall'Italia, anche prima che essa esistesse come entità politica: dalle città medioevali italiane, e poi dagli Stati preunitari, fino a culminare tra Settecento e Ottocento. Esemplare è il caso di un re di Napoli, Carlo III di Borbone, del quale si racconta un aneddoto straordinariamente interessante, anche perché vero. Carlo III aveva promosso gli scavi di Pompei e di Ercolano. Li visitava spesso, e una volta volle prenderne un anello antico, che per anni portò poi sempre al dito, quasi a simboleggiare, con eleganza regale, il suo patronato di quegli scavi. Ma quando Carlo III diventò re di Spagna e lasciò al figlio il regno di Napoli, nel momento in cui davanti alla corte lo salutò per partire, si levò l'anello dal dito, lo diede a lui e gli disse: «Questo anello appartiene al re di Napoli, non al re di Spagna». L'anello è ancora a Napoli, al Museo Nazionale. Quel piccolo anello questo il messaggio del re doveva restare a Napoli perché da lì veniva. Carlo HI non si limitò certo al bel gesto dell'anello, ma promulgò molte leggi di protezione del patrimonio locale, bandi che partono dal 1755 e che andarono avanti anche dopo la Restaurazione borbonica nei primi anni dell'Ottocento. Se guardiamo al complesso delle leggi di quegli anni e non solo a quelle borboni-che, dobbiamo rilevare una cosa molto interessante. Allora non esisteva un'Italia unita, anzi la maggior parte delle forze attive politicamente (corti, sovrani, legislatori) erano contrarie a un'Italia unita. Gli Stati erano del tutto indipendenti l'uno dall'altro, non esisteva un trattato simile a quello dell'Unione europea, eppure, sul fronte del patrimonio culturale, tutti gli Stati italiani preunitari andarono nella stessa dirczione come se si fossero messi d'accordo. Per esempio, è molto interessante confrontare le leggi di Maria Luisa, Duchessa di Lucca, del 1819 e quelle dello Stato Pontificio dello stesso anno: si tratta di leggi molto simili, un po' perché i vari Stati si copiavano l'un l'altro, un po' perché partivano da una stessa cultura di fondo. Lo Stato Pontificio era lo Stato più avanzato di tutti in Italia. Le sue leggi in materia di tutela avevano una lunghissima storia che partiva da editti del Medio Evo, ed ebbero un momento di particolare sviluppo ai primi dell'Ottocento dopo le spoliazioni napoleoniche, che ebbero l'effetto d'innescare una maggiore attenzione alla tutela. Lo stesso spirito di conservazione si verificò a Napoli, Firenze, Lucca, Modena, nelle province lombarde. Realtà diverse l'una dall'altra, ma unanimemente concordi in tema di tutela del patrimonio. Oggi abbiamo l'Unione Europea, che ha prodotto migliaia di norme e trattati, può contare su migliaia di addetti e un esercito di traduttori. Eppure, in materia di tutela di beni culturali, siamo ben lontani da una cultura comune, e due Stati come l'Italia e la Gran Bretagna hanno legislazioni che si trovano agli antipodi. Ma in Europa l'Italia deve entrare con la propria eredità culturale, mirabilmente fissata nell'articolo 9 della Costituzione: «La Repubblica tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione». Carlo III di Barbone portava un anello trovato negli scavi. Ma lo restituì a Napoli quando divenne re di Spagna