La prima volta che ho visto Piazza Sebastiano Satta di Costantino Nivola avrò avuto poco più di vent'anni e non credo di esagerare nel ricordo se dico che mi è mancato il respiro, come mi era già successo alcuni anni avanti, quando, da adolescente, dai vicoli arrivai davanti alla fontana di Trevi a Roma, credo che questo sia l'effetto fisico dell'emozione: una forma lieve della sindrome di Sthendal Personalmente non ho niente in contrario agli interventi di arte contemporanea (architettura, scultura, pittura ecc. ecc.) nel vissuto delle nostre città, infatti, a meno che non si pensi che la nostra civiltà non abbia capacità di valutazione critiche ed autocritiche verso la propria ricerca espressiva ed il suo impatto con la storia, sono convinto che questi confronti siano, in linea teorica, possibili e legittimi. Del resto in molti casi la bellezza di queste nostre città nasce proprio dalla convivenza tra prodotti formali, anche di diversa qualità artistica, appartenenti ad epoche diverse, come si è appunto verificato nel caso della piazza di Nivola. Detto questo non credo che esistano dei criteri guida nè di orientamento storicistico né di tipo filologico generalizzabili da adottare in qualunque circostanza, penso invece che le proposte di intervento nei nostri centri vadano esaminate caso per caso e le decisioni prese soprattutto cercando di valutare cosa si perderebbe e cosa si guadagnerebbe dalla realizzazione dei progetti in esame. Ora nel caso del progetto di ampliamento del MAN credo che questo bilancio sarebbe di segno negativo, per diverse ragioni, intanto perchè si andrebbe a toccare un luogo che funziona sicuramente e che mantiene una sua attualità o che quantomeno è invecchiato in modo più che dignitoso (certo avrebbe bisogno di un ripristino in rispetto delle indicazioni dell'autore), con un intervento che potrebbe non avere le stesse capacità di tenuta nel tempo mostrate dal lavoro di Nivola. Credo, infatti, che uno dei problemi dell'architettura contemporanea, forma espressiva che per altro io amo profondamente, sia individuabile nella sua caducità, non fosse altro che per l'incalzante progresso tecnologico e per la conseguente voracità con cui si divorano oggi le forme, in molti casi questa architettura nasce già vecchia, già consumata dalla stessa cultura che vuole rappresentare, un po' come succede coi computers. Penso inoltre che il rapporto che il nuovo progetto stabilisce con la piazza non sia concettualmente azzeccato: intanto l'idea di sovrapporre un nuovo segno all'opera di Nivola che già costituisce un segno di intervento della contemporaneità nel vissuto storico, come se lo si volesse elevare al quadrato, risulta alquanto ridondante. Per di più l'intenzione di proporre un punto di vista panoramico centrale e privilegiato su di una piazza che nasce con palesi intenzioni antispettacolari, che si offre più per essere vissuta che non per essere ammirata, ragione per la quale, a mio avviso, continua a rimanere attuale, mi sembra un vero e proprio controsenso diventando l'immagine architettonica di un' idea, ahimè sempre più diffusa, che considera la cultura materia di consumo spettacolare. La volontà dell'artista è resa evidente dal fatto che la lateralità degli accessi, la distribuzione labirintica degli elementi che compongono la piazza comprese le sedute in granito, la misura ridotta delle sculture di bronzo e la loro posizione nelle grandi pietre, rappresentano scelte che vogliono deliberatamente impedire una visione complessiva dell'insieme, a vantaggio dell'invenzione di un percorso personale da parte di ogni visitatore. Con la realizzazione del progetto del MAN si rischierebbe perciò, mi si perdoni il paragone forse abusato, di ripetere, in scala minore, l'errore storico che fu commesso a Roma con l'abbattimento del quartiere di borgo Pio per consentire la visione prospettica sulla chiesa di S.Pietro attraverso l'artificiosa Via della Conciliazione. artista