da Oristano Ciò che si è svolto la scorsa settimana, per tre giorni, nel teatro di Oristano, è un esperimento unico nel suo genere. Squadre di sociologi potrebbero rompersi la testa senza venirne a capo. Le nove «Lezioni esemplari», tre al giorno, messe in scena dal regista Filippo Martinez, sono state «viste» da diverse migliaia di persone, per la maggior parte giovani e giovanissime, in cattedra, quasi tutti intellettuali «del continente», dal giornalista Massimo Fini che di mestiere va in controtendenza storica, alla scrittrice pasionaria a raffica Barbara Alberti. Dallo stesso euforico Martinez al filosofo mediatico e matematico da copertina Giulio Giorello. Dall'editore tosco-mitteleuropeo fai-da-te Fabio Canessa al critico in fibrillante sovraesposizione Vittorio Sgarbi, Dal sornione monaco zen di Salsomaggiore Fausto Taiten Guareschi al perplesso conduttore radiotelevisivo Gianluca Nicoletti. Passando, onore al merito locale, attraverso il versatile maestro di scuola e mimo Franco Fais. Obiettivo: spiegare in tempi ultraristretti (poco più di un'ora) i fondamenti di materie come storia, storia dell'arte, matematica, latino, letteratura italiana, educazione fisica, religione, scienze naturali. Unico materiale di scena, una cattedra, una lavagna, un computer e un videoproiettore. Prende forma così un laboratorio sociologico sul campo, perché per una volta gli affabulatori della tv e della stampa nazionale si trovano a tu per tu con un pubblico di provincia così geograficamente periferico. Attento, ma cauto. Disposto all'ascolto, ma prudente per antica diffidenza. Fanno bene i relatori ex cathedra a parlare delle contraddizioni e dei paradossi del tempo, però qui a pesare sembra soprattutto Io spazia. Non c'è abitante che non si lamenti per le difficoltà di comunicazione con l'Italia. «Meglio andare verso la Spagna», provoca Elisa Magario, studiosa di lingua sarda e di idiomi iberici. Ma se la Spagna sembra vicina a questo Far West dell'impero, lo stivale appare invece lontanissimo. I ragazzi delle superiori, che si chiamano sempre meno Cavino e sempre più Cristian, porgono ai loro cattedratici per un giorno domande perfettamente in linea con la media nazionale, se non al di sopra: «Che differenza c'è tra cronaca e storia?», «La storia può essere manipolata?», «Chi è Dio?». Ma poi gli parli e gli leggi addosso la sindrome d'isolamento, la paura di venir tagliati fuori dopo essere stati dominati un'ennesima volta da quella stessa storia che più o meno gli fanno studiare a scuola. C'è chi, finita l'università, si è ribellato aprendo una libreria, ma poi gli tocca ordinare quantitativi più che omeopatici dell'ultimo libro di Bruno Vespa. Altri tentano la via dell'espressione artistica, come il giovane e talentuoso compositore Stefano Costa che si è messo in mente di fondere melodie reginali e ritmi della salsa caraibica. Ma poi i diselli deve andarli a registrare a Milano. Tutto pur di rimanere in linea con la tradizione senza sacrificarsi allo scacco matto dell'emarginazione culturale. Gli ospiti stranieri piombano sull'isola un po' come marziani da un'altra galassia e parlano parlano, ma in quest'angolo di Sardegna si comunica anche in altre lingue, come ci ricorda lo studioso locale Franco Cuccù sbandierando con fierezza un'antologie di liriche sarde che in nessun'altra regione d'Italia potrebbe mai venire decifrata. Si respira, tra i ragazzi, un'aria d'intelligenza e di buona educazione. Ma anche di smarrimento. In teatro non si può mica cambiare canale. L'operazione messa iti piedi da Martinez, con i fondi della Provincia e il patrocinio del Ministero della Pubblica Istruzione, è un sasso nello stagno, e non importa che gli stagni ci siano davvero qui vicino, a Cabras, e a ridosso della penisola del Sinis che abbraccia i resti della città punica di Tarros dominati da una torre saracena. I professori di un giorno, anzi di un'ora, rimangono un poco estasiati davanti alla bellezza selvatica di questo inverno morbido e dal suo sfoggio di tramonti dorati sul mare. Poi riprendono l'aereo e se ne vanno. E i ragazzi del Far West, scuola o non scuola, imparano anche così la lezione di stare in Italia.