Sembravano sparite per sempre. Inghiottite dalla grande distribuzione. Invece le bancarelle ci sono ancora. Anzi. In dieci anni ne sono nate 40mila nuove. Tra le quali si aggirano 23 milioni di appassionati attirati anche dai prezzi più contenuti "Il vintage lo abbiamo inventato noi, anche se si chiamava banco dei vestiti usati" A nutrire il boom sono le licenze itineranti, quelle della riforma Bersani del 98 La crescita nasconde un turn-over enorme a vantaggio degli extracomunitari Un gigantesco centro commerciale diffuso da sei milioni di metri quadri, un mosaico fatto di tessere da venti-quaranta metri quadri ciascuna. «A noi non ci ammazza nessuno»: la grande paura è passata, i clienti tornano, una stima dice che 23 milioni di italiani girano tra le bancarelle almeno una volta alla settimana e ci spendono 28 miliardi di euro lanno, il 15 del budget familiare. LItalia torna paese delle bancarelle: ne abbiamo un po più della Francia e dieci volte la Gran Bretagna. Poi chiudi il fascicolo delle statistiche e vai in giro per i mercatini veri, e se sei un po assiduo ti accorgi che le facce cambiano sempre più spesso, che i banchi che conoscevi non ci sono più, che i venditori hanno sempre più spesso gli occhi a mandorla. La crescita in termini assoluti nasconde un turbolento rimescolio, un turn-over enorme, del 10-15 per cento annuo, a tutto vantaggio dei venditori extracomunitari, raddoppiati in cinque anni, ormai dietro un banco su sette cè uno straniero, per dire solo di quelli con le carte a posto e non della valanga di abusivi che premono sempre più ai bordi dei mercati regolari, colpevolmente indisturbati, accusano le associazioni di categoria. Delle tre forme di distribuzione, piccola, grande e mobile, la terza è destinata a diventare una riserva multietnica? A ben guardare le tabelle, scopri anche che a nutrire il boom delle bancarelle sono le nuove licenze itineranti, quelle che dopo la liberalizzazione Bersani del '98 non costano niente, solo la marca da bollo, sono loro a crescere a ritmi da Pil cinese, sono più di un terzo del totale, soprattutto nel Sud dove lavora la metà dei banchi italiani, ma sono anche il segmento più fragile della categoria, lanticamera spesso eterna dellambito posto fisso nei mercatini settimanali. Hai un bel vantarne le virtù sociali, che ci sono (in certi paesini o ci va litinerante o se vuoi comprare anche cose banali, un paio di All-star o certi jeans, devi andare in città): è ancora un mestiere-rifugio, investimento basso (un furgone usato, quattro cavalletti, due tavolacci di compensato), la-va-o-la-spacca, e spesso la spacca. Perché cè questo da dire, che i commensali sono cresciuti ma la torta no. «È un boom apparente», ammette il segretario di Fipa-Confesercenti Mario Zecchini, «ci sono più banchi, ma le vendite complessive sono ferme, è una situazione aperta, possiamo giocarcela bene ma dobbiamo darci da fare». Insomma la rivoluzione è in corso, ma nessuno ha ben capito dove si fermerà. La "bolla" potrebbe anche scoppiare. La liberalizzazione firmata Bersani ha spalancato la porta, e molti sono entrati subito. Il boom vero però è di qualche anno dopo, fra 2001 e 2002, allalba delleuro, lalba tragica dei consumatori col portafogli dimezzato: devessere stato allora che la gente ha provato a tornare fra le bancarelle, in cerca di convenienza. Lha trovata? «Siamo stati sempre il presidio del reddito dei pensionati e delle casalinghe», rivendica Armando Zelli, segretario generale di Anva-Confesercenti, «da un po di tempo lo siamo anche per giovani e ceto medio». Ma i concorrenti non sono ingenui, non sono rimasti fermi. Gli ipermercati hanno i tre-per-due, le offerte speciali, i punti-qualità. La clientela oscilla, va dove crede di risparmiare di più. La sfida degli ambulanti non può essere solo il prezzo basso. Anzi, può essere la sua rovina, se significa bassa qualità del prodotto. Il rischio dei "mercatini con gli occhi a mandorla" è precisamente questo, una crisi di immagine: «Roba che vale poco, uguale dappertutto», è di nuovo il merciaio Quintavalla che parla, «alla fine la gente si convince che al mercato non cè mai nulla di interessante, e non torna più. Mentre il mercato, da sempre, è il gusto di "fare laffare", di trovare lintrovabile e di trovarlo a buon prezzo. La standardizzazione del "tutto a un euro" ci rovina la reputazione, uccide la sorpresa». Ci vuole un rilancio, magari un marchio di qualità, Quintavalla se lè inventato: «Siamo una trentina, abbiamo fondato un consorzio, esponiamo un banner di due metri, banchi uguali, garantiamo qualità del prodotto». La bancarella ha scoperto il marketing. Ha capito di avere in tasca qualche briscola che gli altri canali di vendita le invidiano. Gli outlet di ultima generazione, quelli ai caselli delle autostrade, sono progettati come finte piazze del mercato paesano. I reparti verdura degli ipermercati si camuffano da banchi coi tendoni a strisce. «Ci copiano perché siamo moderni», rivendica con orgoglio Zecchini, «in certe cose abbiamo anticipato tutti, anche senza accorgercene. Il vintage lo abbiamo inventato noi, anche se lo chiamavamo "il banco dei vestiti usati". Siamo i più moderni perché siamo i più antichi». Adeguarsi, modernizzarsi, attrezzarsi per la sfida della post-modernità commerciale, costa caro. Finché si tratta di comprare le macchinette per i pagamenti col bancomat, passi, ma certi spaziali furgoni frigo-banco di ultima generazione costano anche 300 mila euro. Qualche intraprendente ha puntato alto, ha raggruppato licenze, comprato mezzi, assunto dipendenti, esistono già nei mercati vere e proprie catene commerciali, invisibili solo perché non hanno (ancora?) un marchio che le identifichi. Ma la forma ancora largamente prevalente è limpresa familiare e individuale, e per questa ogni giorno è una lotta per la sopravvivenza. A Milano, dove sette pesci su dieci si vendono in bancarella, Ercolino Piva è pescivendolo dal 1947, si fa sette mercati a settimana alzandosi alle quattro per far la "compera" migliore, ma ha capito che mettere in vasca un buon branzino, gridare il prezzo e aspettare il cliente non basta più. Sè creato la sua "qualità totale". «A ogni cliente do un foglietto con la ricetta e un biglietto da visita con il cellulare, chiamatemi per qualsiasi problema, anche quando siete davanti al fornello. Le sposine di oggi non hanno più il palato. Se non le incoraggi, non comprano». È in ambulanti così che spera Giacomo Errico, milanese, storico presidente di Anva: «Il naso è il nostro patrimonio. Listinto del venditore. La merce non va? Calo il prezzo. Un supermercato ci mette giorni a cambiare un cartellino, noi due secondi. Sappiamo adeguarci istantaneamente alle condizioni di mercato. Siamo i veri professionisti della vendita. Infatti i manager delle grandi catene vengono sempre più spesso ad arruolare i loro capireparto tra i nostri banchi». E molti accettano perché, in fondo, che i mercatini esisteranno sempre, nonostante il boom, nessuno ne è sicuro. Come dice il nome politicamente corretto, gli ambulanti sono "operatori su suolo pubblico", non sono padroni del loro "negozio". È una lotta quotidiana con sindaci e assessori, con cittadini esasperati che «vogliono il mercato nel loro quartiere, ma tre strade più in là di quella dove abitano». Comitati, proteste. I mercatini, è ovvio, un impatto ambientale ce lhanno. Traffico, rumore, rifiuti, strade da pulire. «Spostateli da unaltra parte», fioccano le petizioni: a Napoli insorgono i residenti di Chiaia, a Milano quelli di viale Zara, a Roma è finita sotto attacco perfino Porta Portese. Gli assessori abbozzano, ci provano, forti della «direttiva Rutelli» sul decoro dei centri storici, promettono «aree attrezzate», belle, con le tettoie di design, tutti i servizi, però lontani dal cuore delle città. A Roma è scontro aperto: Comune e Sovrintendenza vogliono dimezzare le 400 bancarelle che ancora hanno posteggi nel cuore del centro per «ricollocarle in zone più idonee». «Ma la nostra 'zona idonea da secoli è il centro delle città, portarci via sarebbe una doppia morte, dei mercati e dei centri storici», reagisce Zelli. A Mazara il trasloco del mercato del pesce oltre il fiume lha quasi annichilito. A Forlì molti rimpiangono il mercatino traslocato di appena seicento metri. Gli espulsi organizzano deboli resistenze (a volte vincenti: il Tar ha fatto tornare nove banchi cacciati dal Tridente di Roma), ma i tentativi di deportazione continuano. «Ci spediscono nelle periferie nuove finché mancano i negozi, poi dopo qualche anno ci cacciano anche da lì e aprono il centro commerciale». Eppure non cè quasi città storica italiana senza una "piazza delle erbe" o "del mercato": quando resta solo il toponimo, il vuoto si sente. Infatti gli stessi assessori che deportano, poi sinventano i mercatini snob, quelli dellantiquariato o del biologico, del baratto o del bricolage, tanto per far imbufalire i bancarellai veri: «Allora decidiamoci, o i banchi sono tutti e sempre un disagio, o sono tutti e sempre unanimazione». Più vera la seconda. Confesercenti ha commissionato un sondaggio sul gradimento dei mercati ambulanti. Il risultato è sorprendente: il 37 ci va «per svago», per divertirsi, per curiosare, per incontrare gente. Si vede anche da quel che comprano: sempre meno alimentari (e tra quelli, più che altro i prodotti "tipici"), sempre più vestiario, oggetti, accessori. Sulle bancarelle si vendono più libri che pane, più orecchini che braciole. Il mercatino scivola dal necessario al gradevole, da life a leisure. Gli antichissimi suk di Palermo, Capo, Ballarò, sono pieni di turisti. Mercato come metafora della socialità: qualsiasi candidato a qualsiasi elezione, per dire di essere andato "in mezzo alla gente" dove va? A distribuire volantini nel mercatino rionale. Ma questo vuol dire che la bancarella fa ancora parte dellimmaginario collettivo. Una garanzia di vitalità. Prima che ci resti solo la possibilità di ammirare sulle pareti di un museo la Vuccirìa di Guttuso, forse cè ancora qualche speranza, per i bottegai con le ruote.
la Repubblica
24 Aprile 2008
DECORO E BANCARELLE: Lotta quotidiana contro comitati e proteste per non essere "spostati da unaltra parte"
MI
Michele Smargiassi
la Repubblica
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo
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