Paesaggio, territorio, città. Fino ad alcuni decenni fa questi termini definivano concetti stabilmente acquisiti. Oggi, invece, è opinione diffusa tra urbanisti e architetti che la realtà sia molto più complessa, i confini meno definiti, le identità sfumate. L'uso stesso del termine «paesaggio», sempre più frequente nel dibattito culturale contemporaneo, spesso è diventato sinonimo di territorio o metafora di città. Il rischio, in una realtà in continua metamorfosi come quella urbanistica, è nell'inflazione del significato, o addirittura nella sua dispersione. Di qui la necessità di una riflessione pubblica, di un dialogo tra competenze diverse - architetti e urbanisti, ma anche letterati, filosofi, sociologi - come è avvenuto nei giorni scorsi a Ferrara, con la prima edizione del «CittàTerritorio Festival», e a Napoli con il ciclo di sei lezioni - inaugurato da Benno Albrecht - dedicate a «Urbanistica e metamorfosi del paesaggio italiano», organizzato dal Dipartimento di progettazione architettonica e ambientale della facoltà di Architettura della «Federico II» e dall'Istituto italiano per gli studi filosofici, e ispirato all'articolo 9 della Costituzione che sancisce la tutela del paesaggio e del patrimonio storico e artistico. Una tutela che risale, in realtà, a circa 250 secoli fa, come sottolinea Francesco Sisinni, relatore della seconda «Lectio magistralis» che si terrà domani alle 17 a Palazzo Serra di Cassano, dal titolo «Tutela e valorizzazione istituzionale del paesaggio». «Fin dalle Leggi delle XII tavole, compilate nel 451-450 avanti Cristo - spiega Sisinni, per 20 anni direttore generale per i Beni Culturali e Ambientali e collaboratore con Giovanni Spadolini alla creazione del ministero, oggi docente alla Lumsa di Roma - troviamo la frase "ne aspectus urbis deformetur", che sottolinea la necessità di non deformare, e dunque di tutelare, l'aspetto della città». Ma di che cosa parliamo quando parliamo di paesaggio? «Il paesaggio corrisponde all'identità, all'immagine di un territorio: è parte dell'ambiente ma non si identifica con esso», risponde Sisinni. È qualcosa che ha a che fare con la percezione soggettiva? «Il paesaggio è ciò che si vede, ma anche ciò che commuove, è l'incontro del bello con il sublime, come insegna Kant». Uno stato d'animo riconosciuto come patrimonio culturale, perché il paesaggio porta i segni della presenza dell'uomo. Spesso, tuttavia, sono proprio questi segni a rappresentare la più grave minaccia al paesaggio, come dimostra l'esperienza del territorio napoletano e campano, i cui mutamenti nel tempo hanno risposto a logiche che hanno aggirato o violato sistematicamente leggi di tutela e piani regolatori. «Lo scempio, perpetrato dagli anni del boom economico a oggi è sotto gli occhi di tutti, e non solo a Napoli e nella costa campana. - sottolinea Sisinni - La situazione attuale è anche più complessa, perché dal punto di vista legislativo siamo nella confusione più totale, dopo il ministero della Melandri, che ha abolito la dicitura di "beni ambientali", e quello di Urbani, che ha affidato la competenza della tutela del paesaggio alle Regioni, le quali spesso tengono conto più del consenso elettorale, che della tutela dell'interesse pubblico. Eppure lo strumento di tutela c'è, ed è il piano paesaggistico, quello già previsto da Croce nel '22 e sancito dalla Costituzione nel '48». Sviluppo sostenibile e compatibilità restano, per Sisinni, le parole chiave per rimboccarsi le maniche e riportare ordine nel caos, anche in una città come Napoli, che deve affrontare questioni urbanistiche urgenti come quella della valorizzazione del centro storico. «Ma i centri storici - avverte Sisinni - vanno restaurati, non ristrutturati. Bisogna trovare un punto d'equilibrio tra memoria e sviluppo, tra tutela e valorizzazione, perché la misura è il fondamento dell'armonia, come già sapeva Pitagora».