Negli ultimi anni la febbre edilizia indotta dalla Tremonti bis ha fatto esplodere la crescita dei capannoni industriali e artigianali, che non stanno lasciando più terra agricola libera nella regione. Stravolto il paesaggio, e la vita delle persone in un magma indistinto di cemento, asfalto e automobili. In un'Italia che è al tempo stesso tra i maggiori produttori e consumatori mondiali di cemento, svetta nel mercato edilizio, su tutte le regioni, il Veneto: qui nel solo settore delle costruzioni non residenziali c'è un indice doppio della media nazionale, ben 4,2 metri cubi per abitante contro una media italiana di 2. Le conseguenze a livello di consumo del suolo sono devastanti. In Veneto, nel biennio 2001-2002, si può già parlare di nuovo boom edilizio: la Tremonti bis e l'«effetto euro» hanno messo in moto un meccanismo perverso. Vediamo cos'è successo nella principale regione del Nordest. Il mercato veneto delle costruzioni, con una crescita del 16,1 in volume nel 2002 rispetto all'anno precedente, ha fatto segnare nel settore della nuova costruzione residenziale il record di 12,7 milioni di mc, contro i 10,9 del 2001 e soprattutto contro i 9,9 degli anni precedenti. La crescita è stata particolarmente rilevante nei fabbricati con oltre 15 abitazioni, a conferma di un trend già rilevato negli anni passati, dove si evidenziava un cambiamento tipologico della produzione, maggiormente orientata a fabbricati di grandi dimensioni. Ancora più impressionante è stato l'incremento della produzione edilizia non residenziale, che si attesta ormai stabilmente da alcuni anni intorno ad una produzione media annua di 2.500-2.600 fabbricati, per la maggior parte destinati ad edilizia agricola e a capannoni industrialiartigianali. Ma se per l'edilizia agricola la volumetria media si aggira intorno a 1.800-1.850 metri cubi, per i capannoni il valore è stato di ben 15.555 mc nel 2002, in crescita rapidissima. Complessivamente, il volume delle costruzioni non residenziali ultimato nel 2002 è stato pari a 20,2 milioni di mc, contro i 18,6 del 2001, i 15,2 del 2000 e i 14,4 del 1999. Il solo comparto dei capannoni ha ultimato nel 2002 ben 13,4 milioni di mc, contro i 12,4 del 2001, i 9,8 del 2000 e i 9,3 del 1999. La realizzazione di un imponente numero di nuovi edifici e di sempre maggiori dimensioni ha movimentato un'enorme quantità di denaro. Infatti, il mercato delle costruzioni in Veneto nel 2002 ha registrato un giro d'affari pari a 17,9 miliardi di euro, di cui 15,6 circa di investimenti, la maggior parte destinati al mercato della nuova costruzione e poco meno di 2,4 miliardi euro per manutenzioni ordinarie (13,2 del giro d'affari). A questo punto viene spontaneo interrogarsi sul ruolo svolto dalla pianificazione. Anche qui non mancano le sorprese, perché il sistema della pianificazione urbana e territoriale presenta connotati a dir poco sconvolgenti: nel periodo marzo 2002-marzo 2003 la regione Veneto ha approvato ben 329 strumenti urbanistici. Mediamente un comune su due produce ogni anno una variante al proprio piano regolatore generale. Vi sono comuni «limite» come Verona, Padova e Treviso che hanno addirittura più di 100 varianti. Emblematico il caso della provincia di Treviso dove, a fronte di 65 comuni, ci sono ben 279 zone industriali: una media di quattro aree industriali per municipalità. In un contesto di grande disponibilità di capitali, di pianificazione territoriale ballerina e di mancanza di freni culturali nei confronti dell'uso di un territorio modellato dalla fatica e dalla sapienza dei padri, la corsa alle nuove costruzioni ha comportato una inevitabile richiesta di nuovi muratori. Infatti, è proseguita per il quarto anno consecutivo la crescita occupazionale nel settore delle costruzioni. Nel 2002 in Veneto l'occupazione nel settore edile ha toccato il picco storico di 153.332 addetti, più i non pochi nascosti nelle vaste pieghe del lavoro nero. Nel decennio 1993-2002 l'occupazione nel settore delle costruzioni in Veneto ha avuto un incremento del 14,5, con un ampio accesso al mercato dei lavoratori extracomunitari. Ma quali effetti hanno avuto sul territorio veneto le successive colate di cemento nel corso della seconda metà del Novecento? Dalla fine degli anni Cinquanta, l'assalto al territorio si è principalmente concentrato nel quadrilatero con basi sulla linea alta pedecollinare (da Schio a Conegliano), e sulla linea bassa appena sopra le lagune e le basse terre bonificate (da Este a San Donà). Qui, come evidenziato dalle ricerche della Fondazione Benetton, in due decenni (1961-1982) hanno cambiato destinazione d'uso più aree agricole di quanto non fosse accaduto nella storia dei due millenni precedenti. Nell'arco di una generazione in tre province venete (Padova, Treviso, Vicenza) sono stati sottratti al paesaggio agrario più di 2.300 chilometri quadrati. Il processo è poi continuato con una forte accelerazione, come abbiamo visto, nel biennio 2001-2002. Nello stesso ventennio risulta edificata la metà dell'intero patrimonio immobiliare esistente oggi in quest'area; e ciò è avvenuto nonostante un aumento assai relativo del numero degli abitanti. Il policentrismo insediativo sfocia nella dispersione. Dei 4,5 milioni di persone che vivono oggi nei 580 comuni del Veneto, più di 2,5 milioni vivono in 533 comuni con meno di 15.000 abitanti. Solo 14 comuni superano i 30.000 abitanti e di questi, solo quattro i 100.000 abitanti. Non esiste un capoluogo riconosciuto. Il processo di dispersione insediativa è stato accompagnato dalla frenetica dilatazione di una mobilità individuale di dimensioni inusitate: una vera e propria antropologia dell'automobile. Nell'area veneta centro-orientale, nel quadrilatero sopra delineato, sul finire del Novecento - come scrive Domenico Luciani - il policentrismo si è mutato in nebulosa insediativa connotata da una mobilità parossistica e monomodale. La nebulosa insediativa è un modo di vivere in una mobilità individuale, nella quale macro-spostamenti e micro-spostamenti si aggrovigliano e si ingorgano in un intricato spazio privo di centro, nel quale tutte le funzioni possono essere poste ovunque. Quella rete di infrastrutture, che aveva favorito la diffusione degli insediamenti in ogni spazio dell'area centrale veneta, è adesso diventata fattore limitante dello sviluppo economico: uomini e merci incontrano sempre più difficoltà a spostarsi; spesso restano imprigionati dentro lunghi incolonnamenti. Se il traffico ha superato la capacità di carico fisica delle infrastrutture, l'invasiva proliferazione di capannoni comincia anche ad oltrepassare la capacità di carico psicologica di molti abitanti, tanto da innescare le prime manifestazioni «contro i capannoni». Inoltre, in anni in cui la crisi economica ha fatto capolino anche nella regione dell'opulenza, in più parti ci si interroga sullo sviluppo futuro: ma le risposte non sono facili perché lo scasso del territorio è stato vasto e profondo. E tutto è reso ancora più complicato perché la regione Veneto non è certamente né una stella polare, né una guida lungimirante per il governo dell'uso del suolo. Cosicché chi ha denaro persevera nell'investire in mattoni e cemento, moltiplicando gli episodi di distruzione dei luoghi natii. Ormai nel Veneto i capannoni hanno tolto memoria alla terra e identità agli abitanti.