La domanda non sembri retorica, né cattiva verso Giuliano Urbani. Da una parte, infatti, non si sente che ripetere il ritornello secondo cui i beni culturali sono ormai solo una dépendance del tesoro, dall'altra il ministro stesso ce la mette tutta per farsi tirare la giacchetta. E' successo ad esempio che lo scorso 10 dicembre, Urbani non sia andato in senato, alla settima commissione, dove è in calendario il parere consultivo sul cosiddetto Codice dei beni culturali e paesaggistici, alias il decreto legislativo numero 295. La sua assenza è stata stigmatizzata dall'opposizione, ma anche dal presidente, il senatore Franco Asciutti di Forza Italia che ha rivelato di avere inviato una lettera al ministro per chiedere una maggiore partecipazione del dicastero ai lavori parlamentari. Perché Mbac latita sull'argomento? Le ragioni possono essere molte. Per cominciare, non deve essere piacevole per il ministro andare a chiedere pareri su un testo di legge di cui conosce benissimo la prima obiezione. E cioè che il Codice arriva a Palazzo Madama privo del parere della Conferenza Stato Regioni. In aggiunta, tutti sanno che non si farà in tempo ad ottenere l'approvazione del parlamento prima che scada la delega concessa al governo su questo terreno: la delega sui beni culturali, infatti, vede la sua dead line attestarsi a gennaio 2004. Considerando l'urgenza, vista anche la imminente lunga pausa natalizia, è chiaro che il governo procederà a chiedere una proroga della delega oppure a mettere la fiducia sul provvedimento. In entrambi i casi, si conferma che l'esecutivo non dimostra grande rispetto non solo per il dibattito parlamentare ma neanche per l'oggetto del contendere, ovvero i beni culturali. Se non si ha voglia di dedicare tempo ed energie ad approfondire un tema tanto importante da meritarsi un posto d'onore nella prima parte della carta costituzionale (articolo 9: la repubblica tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione), non ci si deve stupire se i sospetti si ingigantiscono. E per sospetti, ovviamente, qui si intendono quelli scatenati dalle ipotesi di alienabilità da concedersi a molti immobili storici (non stiamo parlando del Colosseo, ma ad esempio di Villa Manzoni ceduta all'americana Carlyle fra l'altro per una cifra quasi irrisoria). In questo senso, sono ulteriormente sospetti i mancati riferimenti all'articolo 27 del collegato alla finanziaria. L'esame del codice, da un punto di vista del diritto, richiederebbe molto più spazio. Qui basti concludere con una considerazione, espressa dalla senatrice Maria Grazia Acciarini, e cioè che il gran lavoro sul testo nulla ha prodotto se non una elencazione di regimi giuridici da attribuire ai vari beni culturali, mancando totalmente uno sforzo unitario che, piaccia o no, fu espresso dal testo unico del 1999 che faceva sua la definizione data nei lontani 60 dalla commissione Franceschini, di bene culturale come testimonianza avente valore di civiltà.
L'assente Urbani - Il ministro dei beni culturali esiste ancora?
Il ministro Giuliano Urbani è stato criticato per aver evitato di partecipare al parere consultivo sul Codice dei beni culturali e paesaggistici, alias il decreto legislativo numero 295, alla settima commissione del senato. L'opposizione e il presidente del senato, Franco Asciutti, hanno denunciato la sua assenza. Le ragioni della mancanza di partecipazione sono molteplici, tra cui la difficoltà per il ministro di affrontare le prime obiezioni al testo, la scadenza della delega concessa al governo su questo terreno e la mancanza di rispetto per il dibattito parlamentare.
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