Sulla silenziosa fine del Parco del Gennargentu, c'è poco da sorprendersi - proprio oggi, Giornata Mondiale della Terra - perché quel parco, di fatto, non è mai nato. Mettiamo da parte i corsi e i ricorsi normativi, burocratici, amministrativi: ci sarebbe veramente tanto da scrivere sulla vicenda e probabilmente qualche saggio lo farà. Formalmente, quel parco non l'ha voluto la comunità locale, perché, a sentire alcuni loro rappresentanti, non è mai stata consultata o comunque non ha mai aderito al progetto di parco. A dire il vero non c'è stata nemmeno una consultazione pubblica a confermarlo in pieno o solo in parte. La sostanza è però un'altra e diciamo più complessa. Quelle comunità non hanno mai avuto la possibilità di essere informate sul significato, le norme, le regole e anche le opportunità di un parco nazionale. Si è voluta creare ad arte una cappa di disinformazione che solo in pochi casi si è riusciti a penetrare. Eppure lo Stato aveva messo a disposizione i fondi necessari per fare una campagna adeguata alle domande e ai dubbi della popolazione residente. E' evidente che se si presenta il progetto del parco come una manovra centralista che espropria, limita, vieta e chissà altro, è difficile ottenere adesione e partecipazione. In poche parole, in questi lunghi anni non si è mai parlato del significato di parco, di come questo viene organizzato e gestito e chi, in proprio e volontariamente, ha tentato di farlo, non ha ricevuto una gradita accoglienza. Si sarebbe invece saputo, che non è vero che gli usi civici vengono aboliti, che le attività agricole e quelle produttive in genere, e quindi anche allevamento e pastorizia, non solo sono possibili ma rientrano tra quelle attività che meritano un investimento per raggiungere maggiore qualità e ampliamento del mercato. E tutto questo, partendo da un presupposto che è sempre più attuale e urgente: la sostenibilità delle risorse. Soprattutto con scenari che non virano al bello, visti i cambiamenti in atto, a cominciare da quelli climatici. C'è di mezzo anche la caccia, è vero: ma nel 2008 fa sorridere pensare che per l'egoistico piacere di qualche centinaio di appassionati, si debba mettere in discussione un progetto di sviluppo che riguarda il territorio e l'intera comunità. In quanto alla tipologia organizzativa dell'Ente Parco, l'attuale legge quadro, l'ormai nota 394, prevede la partecipazione attiva delle comunità locali. E' questo un aspetto che volutamente non si è voluto valorizzare e che invece era a garanzia di un percorso istitutivo che già aveva visto più Intese tra Stato e Regione Sardegna, che poteva continuare nella scelta congiunta dei candidati al Consiglio Direttivo e alla nomina del Direttore. Il tutto si è ridotto ad un quasi slogan "parco no, parco si", quasi fosse un derby e non un possibile tavolo di costruzione di un progetto. Fa pensare che mentre in Sardegna si consuma una vicenda che va avanti da decenni, nel mondo quel tempo è stato speso molto meglio e in maniera concreta. Le aree protette sono infatti in crescita e hanno raggiunto quasi il 13 della superficie complessiva del pianeta. Il coinvolgimento delle comunità locali è un fatto normale e assolutamente funzionale alla missione del parco e non un pretesto per far nascere o morire un parco. E' un dato acquisito, che tutte le grandi organizzazioni al mondo che si occupano di territorio e sviluppo, a cominciare dall'Onu, ribadiscano l'esigenza di creare sistemi efficienti di aree protette a garanzia di risorse, servizi, beni che solo un ambiente sano può garantire. Di questo, di sostanza quindi, non si è parlato. E sarebbe stata invece l'occasione per mettere sul tavolo due visioni e due strategie per il futuro di un territorio che lo Stato, aveva prescelto per mantenere e valorizzare il suo paesaggio, la sua biodversità, la propria storia e cultura. Ci aspettiamo quindi, che già da ieri, chi ha voluto e festeggiato il capolinea di un Parco che non è mai partito, presenti alla comunità residenti il piano di sviluppo di quel territorio, alternativo al progetto di parco. Quali gli obiettivi e le risorse a disposizione, quali i vantaggi e le opportunità. In termini concreti, così come avrebbe potuto essere il parco. Si tratterebbe di un'operazione di chiarezza su una vicenda che lascia zone d'ombra. Perché se è vero che a tutti sta a cuore lo sviluppo dell'area e la valorizzazione delle risorse che natura e storia, geografia e cultura, hanno messo a disposizione, è altrettanto vero che per farlo occorrono programmi. In caso contrario, il sospetto che altri siano i motivi e forse anche le speculazioni, è forte. Quindi chiarezza verso tutti, soprattutto verso i giovani. E' difficile dire cosa accadrà rispetto alla sentenza, se verrà impugnata o meno. Magari si potrà riprendere il progetto con altra veste, magari come area regionale. Chissà. Sicuramente quella del Gennargentu è una pagina molto amara. Che valica i confini della Sardegna. Si è infatti smentita una legge dello Stato che individuava il Gennargentu come meritevole di tutela e valorizzazione; si è creato un precedente pericoloso e dannoso; si è consumata la vittoria di poteri temporanei rispetto a progetti di lunga durata. Questo è il mondo, è vero, ma è quello nostro. Nel resto, i parchi si fanno e si continuerà a farli. direttore Wwf Oasi
SARDEGNA - Parco del Gennargentu, l'occasione perduta di un futuro migliore per l'isola
Il Parco del Gennargentu, una zona protetta in Sardegna, non è mai stato formalmente istituito a causa della mancanza di consenso della comunità locale. Non ci sono state consultazioni pubbliche e la comunità non è stata informata sul significato e le norme del progetto. L'attuale legge quadro prevede la partecipazione attiva delle comunità locali, ma questo aspetto non è stato valorizzato. Il progetto è stato presentato come una manovra centralista che espropria le terre, limita e vieta attività agricole e produttive. La sostenibilità delle risorse è un tema urgente, soprattutto con i cambiamenti climatici in atto.
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