La storia di Napoli capitale s'intreccia a doppio filo con quella del suo Teatro, che nacque per volere del sovrano appena due anni dopo la conquista del Regno. Caduto il vicereame austriaco, anche il teatro che in qualche modo lo rappresentava, il seicentesco San Bartolomeo, venne demolito. L'intenzione di Carlo di Borbone era che la capitale avesse un degno Teatro reale, non una sala d'affitto in cui si svolgessero gli spettacoli di musica. Questi avevano a Napoli una lunga tradizione di eccellenza, andavano perciò valorizzati. L'architetto Antonio Medrano tenne fede alle aspettative del sovrano e le descrizioni che del San Carlo fecero i viaggiatori lungo il Settecento e oltre, il clamore che suscitò in Europa la notizia dell'incendio del 1816 e la sua rapida ricostruzione, sono la testimonianza che il primo degli intenti carolingi era stato del tutto raggiunto. Così come lo fu il secondo, il successo internazionale della Scuola musicale di Napoli, dei suoi compositori rappresentati a Parigi, Londra, Vienna o chiamati come maestri di cappella fin nelle corti più lontane, come quella di Caterina di Russia. Con il suo effetto di ritorno, che portò a Napoli, attratti dalla sua fama musicisti come Haydn, J. Christian Bach, Gluck, Myslivecek e il giovanissimo Mozart. Ma il San Carlo nelle intenzioni del fondatore, non doveva essere soltanto «Teatro del Re», ma insieme «Teatro del Popolo» che anche i sudditi, cioè potessero goderne e vantarsene. A dargli ancora una volta ragione, arriverà nel 1817 Stendhal, che in «Rome, Naples et Florence» sentenziò: «Questa sala ricostruita in trecento giorni è più di un colpo di stato. Essa garantisce al Re, meglio della legge più perfetta, il favore popolare!». Lungo queste tre direttrici si sono nei secoli raccolte testimonianze storiografiche inestimabili. Dal punto di vista architettonico, a parte la vastissima iconografia sia dell'interno che dell'esterno, fatta di dipinti, gouaches, stampe, anche la nascita della fabbrica, la sua ricostruzione e le modifiche succedutesi costituiscono un corpus di vivo interesse scientifico, essendo oggi il San Carlo, sotto tutela dell'Unesco, l'ultimo teatro storico rimasto in vita com'era, dopo il disastroso incendio de La Fenice nel 1996 e il doppio rifacimento della Scala nel 1946 e nel 2004. E ha prodotto documentazione vastissima, essenziale per gli studi di settore, l'attività di spettacolo nel periodo barocco e neoclassico, e durante la temperie romantica dell'Ottocento in cui le opere nuove si succedevano di continuo. Quanto alla materia musicale, basterebbero le grandi stagioni dirette da Rossini e Donizetti a rendere preziosa ogni testimonianza reperibile sulla storia del melodramma romantico, per buona parte costruita anche con il contributo di compositori della nostra Scuola, Persiani, Petrella, de Giosa, i Fratelli Ricci, Pacini, Mercadante. E la conseguente importanza della librettistica anche qui esemplificata dalla presenza nel San Carlo, come direttore di scena e poeta del teatro, di Salvatore Cammarano, sui cui versi e sulle cui trame si realizza, da Donizetti a Verdi, il passaggio tra romanticismo borghese a romanticismo popolare. Così come della storia della vocalità, che parallelamente vi corre, specie quella maschile, dagli «evirati cantori» della Scuola di Niccolò Porpora, ai baritenori come Garsia, Nozzari e David, ai tenori eroici «inventati» in era donizettiana da Gilbert Duprez. Ma essendo il teatro anche luogo privilegiato di aggregazione per la società, le molteplici vicende politiche della Capitale vi lasciarono tracce cospicue. A parte gli anni del Risorgimento, si pensi ai mesi drammatici della Repubblica del '99, che rinominò il San Carlo Teatro Nazionale e vi fece rappresentare spettacoli equestri. Per tutto questo e per altre motivazioni ancora, un Museo del San Carlo parrebbe conseguenza naturale di un tal bagaglio di storia, eppure non lo è stato finora. Vagheggiato, pensato, progettato, ha trovato negli anni ostacoli a ripetizione. Impegno particolare vi profusero Felice De Filippis, ai tempi della sovrintendenza Di Costanzo e più avanti Gaetano Macchiaroli e ancora Pasquale Del Vecchio e io stesso, negli anni in cui ebbi la responsabilità della guida del Teatro. Vi era stata nel 1987 (250esimo anniversario della fondazione), una legge che finanziava l'istituzione di un «Centro di documentazione e cultura musicale e teatrale del San Carlo». Per la sua realizzazione stipulammo convenzioni con Università, San Pietro a Majella, Sovrintendenze, Archivio di Stato, istituzioni depositarie del possibile materiale storico e artistico da acquisire al museo. Fu formata una commissione che approvò il progetto scientifico e avviò il lavoro, non senza tensioni sui contributi da offrire e le competenze da esercitare. Non disponendo - come a Milano per il Museo della Scala - di spazi interni al teatro, per la inamovibile, quanto anacronistica presenza del Circolo dell'Unione, il problema della sede fu risolto dalla sovrintendenza ai Beni Architettonici, che mise a disposizione un locale interno di Palazzo Reale. Sembrava proprio fatta, ma un repentino, traumatico cambio di vertice bloccò tutto. Era l'anno 1999. Ne sono trascorsi altri otto, ma finalmente il Museo apre le porte. Quanti come me fallirono nell'impresa, non possono che gioirne e congratularsi con chi invece è riuscito a realizzarla.