Trampolino di lancio per Veltroni ora fa sognare i colonnelli azzurri Tre uomini e un ministero. E che uomini. Paolo Bonaiuti, ex giornalista che sulle spalle porta da anni le croci e le delizie della comunicazione di Silvio Berlusconi. Sandro Bondi, poeta di letale dolcezza, e berlusconiano degli anni di piombo del Cavaliere (quelli del governo del centrosinistra). Infine Gianni Letta, che non ha nessun bisogno di descrizione, tale è la leggenda intorno al suo nome. Personalità diverse, unite dall'aver espresso un interesse più o meno caldo (quello di Letta pare sia stato già dirottato) per il ministero dei Beni culturali. Cioè una poltrona che nel catalogo mastro delle istituzioni, dove si parla nelle trattative di «ministero di serie A» (Difesa, Economia, Giustizia, Esteri, Sanità) e «ministeri di serie B», viene considerato poco sopra i ministeri senza portafogli. Eppure proprio intorno a questo ministero negli anni recenti della Repubblica c'è stato un regolare affollarsi di candidati: nonostante infatti l'esiguo bilancio che oscilla fra lo 0,2 e lo 0,3 del pii (0,8 se vi si aggiungono tutti i fondi regionali, comunali, speciali...), nell'era della tv e della globalizzazione, ha scavalcato per desiderabilità posti di potere ben più rilevanti. Diventando lo specchio del passaggio della nostra politica dalla società industriale a quella postindustriale. Nel 2007, tanto per fare un esempio, per la prima volta dopo oltre vent'anni, i biglietti venduti nelle sale cinematografiche hanno superato i centoquindici milioni, e la mostra «San Nicola. Splendori d'arte d'Oriente» ha raggiunto il milione di spettatori. I Beni culturali seguono l'Esposizione Internazionale d'Arte di Venezia, che l'anno scorso ha richiamato 319.332 visitatori, e anche i trionfali gala del bellissimo ballerino Roberto Bolle. Visibilità, bellezza, fascino, è uno di quei posti da cui si raggiungono tanti splendori e con relativa fatica. Ma non è sempre così. Quella poltrona costituisce un piccolo azzardo, dove elementi positivi e negativi si combinano non facilmente. Il primo ministro che portò il titolo ne fu anche l'inventore: Giovanni Spadolini, che nel '74 spezzò un tabù. Il Minculpop italiano, le esperienze totalitarie del '900 nazista e comunista, avevano segnato ogni idea di rapporto fra Stato e cultura. Di conseguenza ci volle un ministro intellettuale per aver il coraggio di applicare l'articolo 9 della Costituzione dove si legge che «la Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione». Spadolini dà al lavoro una patente di elegante e sostenibile dignità, ma è più la persona a definire il compito che viceversa. E la regola nel tempo rimane questa: non tutti possono bene impersonare il ministro dei Beni culturali. Dopo Spadolini infatti il ministero vive come un fiume carsico. Erano gli anni in cui un governo durava in media un anno e mezzo, e i Beni culturali divennero il premio per politici minori (Mario Pedini, Dario Antoniozzi, Egidio Ariosto) o il parcheggio in attesa di migliori incarichi (Vincenzo Scotti o Franco Carraro). Le luci della ribalta tornano al ministero grazie a un altro giornalista del Corriere, l'elegantissimo Alberto Ronchey, che viene scelto dai governi dei Tecnici, prima Amato e poi Ciampi, dal '92 al '94. In questi due gabinetti, dominati dagli abiti seri e démodé delle teste d'uovo d'Italia, un piccolo think tank più che un governo, il ministero della Cultura trova la sua perfetta ragione d'esistere. Ma non solo. Nell'aria c'è già Berlusconi, c'è la televisione che sta già contaminando il mondo della politica. Tecnici e cultura sono le due parole attraverso cui una certa Italia tardo-risorgimentale cerca di costruire l'ultima barriera contro il Barbaro che avanza. Senza gran successo. Il ministero esplode però davvero solo con l'arrivo, nel '96, di Veltroni. Come Berlusconi, Veltroni adora la tv, la comunicazione, ne conosce la potenza in politica («non si interrompe una emozione») e capisce quali sono le nuove praterie del consenso: gli schermi, le immagini, i simboli, i codici. Beni culturali diventano di tutto: palazzi, mostre, chiese, ma anche turismo, e cinema, e opere di bene; sono un party senza fine, un grande reality che mima e fa vivere la politica. Per lui, e per due dei suoi successori, Melandri e Rutelli, divengono la base per cercare di costruire un ampio consenso sociale e trasversale. Da lì, il mito di questa poltrona. Eppure, se vogliamo ritornare sul nostro discorso, non bisognerebbe proprio fidarsi. Quello dei Beni culturali rimane un posto a rischio. Ad esempio, proprio Berlusconi, l'uomo che arriva al potere perché conosce la nuova politica, non ha mai avuto ministri di spicco, nonostante i loro grandi nomi: Fisichella, Giuliano Urbani, Rocco Buttiglione. Probabilmente perché il migliore ministro della Cultura - che è anche il rappresentante simbolico d'Italia - è sempre stato Berlusconi stesso.
Quella poltrona alla Cultura tra fascino e azzardo
Il ministero dei Beni culturali è considerato un posto di rilievo per la politica italiana, nonostante il suo basso budget. Negli anni recenti, il ministero è stato occupato da personaggi diversi, come Paolo Bonaiuti, Sandro Bondi e Gianni Letta, che hanno espresso interesse per il ruolo. Il ministero è considerato un azzardo, dove elementi positivi e negativi si combinano. Il primo ministro che ha portato il titolo di ministro dei Beni culturali è stato Giovanni Spadolini, che ha dato al lavoro una patente di elegante e sostenibile dignità. Tuttavia, il ministero è stato anche il premio per politici minori o il parcheggio in attesa di migliori incarichi.
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