"La lacuna fa aggio sull'immagine», si rammaricava nel 1942 Cesare Brandi descrivendo, nel suo italiano molto ricercato, le pessime condizioni in cui si trovava la splendida Annunciazione di Antonello da Messina. E come dargli torto. L'immagine dell'opera dipinta da Antonello per la chiesa della Santissima Annunziata di Palazzolo Acreide nel Siracusano tra il settembre e il novembre 1474 (quindi poco prima del suo definitivo trasferimento a Venezia) era di fatto non leggibile. L'intera parte bassa pressoché perduta. Vaste e ripetute le mancanze nella pittura in alto. La storia dei guasti era nota: la tavola originaria era progressivamente marcita divorando per sempre buona parte del capolavoro. Nel 1907 il grande restauratore Luigi Cavenaghi aveva trasposto la superficie pittorica su una doppia tela con risultati comunque dolorosi (un effetto a «pelle di coccodrillo», cioè a piccoli blocchi, studiando l'insieme con la luce radente). Brandi nel '42 optò per una soluzione provvisoria, rinviando a un futuro indefinibile un lavoro più profondo e decisivo. L'Annunciazione da quel momento diventò «non restaurabile». Finalmente oggi quella meraviglia è diventata visibile, godibile, quasi «piena». L'avanguardistico ripristino apre varchi a nuove interpretazioni critiche di un fondamentale capitolo di Antonello: i richiami a Piero della Francesca collegati allo studio dei Fiamminghi; la scoperta, sulla sinistra dietro l'Angelo, del vero punto di fuga della prospettiva. Di fatto l'Annunciazione è tornata comprensibile al 70. Prima il rapporto era quasi metà perduto-metà rimasto. Ora la tela si impone come un modello, anche a livello europeo, per qual-siasi possibile ipotesi di restauro su opere particolarmente colpite dal tempo o dall'incuria. Tutto merito dell'equipe dell'Istituto centrale del restauro guidata da Giuseppe Basile («medico» del Cenacolo di Leonardo da Vinci, del Giotto degli Scrovegni a Padova e della Basilica di San Francesco ad Assisi) e composta dai restauratori e conservatori Albertina Soavi, Domenico de Palo, Beatrice Provinciali, Costanza Mora e Paola Minoja. La tela è entrata nel laboratorio del San Michele a Ripa nel marzo 2007: prima le indagini diagnostiche, poi l'inizio del restauro vero e proprio concluso nemmeno dieci giorni fa. Ma come si è arrivati a un risultato così apprezzabile? Chiarisce Basile prevenendo ogni polemica: «Qui non c'è alcun falso». Ma la superficie pittorica appare quasi completata in alcune parti... «Abbiamo agito, come avevamo annunciato in occasione del convegno su Antonello nel maggio 2006 a Roma, su due fronti. Primo. Una ricostruzione della pittura nelle lacune, sul 10 della tela, con la tecnica del "tratteggio" in acquerello. Ovvero il colore è identico all'ambiente circostante ma è chiaramente visibile come "nuovo" avvicinandosi al quadro per il carattere quasi "astratto" di una stesura del colore a piccoli tratti verticali». Un vantaggio in più: «Se l'acquerello dovesse scurirsi in futuro o si dovesse individuare una migliore tecnica di restauro, per togliere la pittura basterà un po' di bambagia umida». Piena reversibilità dell'intervento, dunque. Non un falso ma semplicemente la restituzione di un'unità cromatica e narrativa collegandosi alla pittura vicina e autentica: l'azzurro per il mantello della vergine, il celeste per il cielo e il grigio per le nuvole nei riquadri delle finestre, l'oro per le aureole. In quanto al resto, sostiene Basile, non c'è un grammo di pittura in più «perché avremmo dovuto inventare». Nel caso del mantello dell'Angelo, per esempio, sarebbe stato impossibile ridipingere le pieghe, il panneggio, il punto di caduta e la stessa costruzione del gradino «se non azzardando una falsificazione». Seconda operazione: «Per rendere migliore la leggibilità dell'opera abbiamo optato per un abbassamento ottico-tonale delle lacune». Per parlare in termini più popolari, i restauratori dell'Istituto centrale hanno scurito lo sfondo della tela rimasto senza superficie dipinta e regalando all'Annunciazione maggiore compattezza, come spiega qualsiasi trattato di psicologia della percezione. Il restauro verrà presentato a Roma mercoledì prossimo 23 aprile nella Sala dello Stenditoio al San Michele dove verrà esposto fino alla fine del mese. Poi il ritorno alla galleria di Palazzo Bellomo a Siracusa. Intanto l'Istituto sta concludendo un altro interessantissimo restauro. Con un salto di mezzo millennio rispetto all'opera di Antonello, Basile sta «curando» due cretti di Alberto Burri della Fondazione di Città di Castello («nero nero» e «grande bianco»). Basile sospira: «Lì i problemi sono diversi, legati al degrado del bianco chiazzato di giallo e ai nuovi "cretti" non voluti da Burri che si aprono sul nero...» Problemi nuovi, noti a chi si occupa di contemporaneo. E forse non meno complessi per chi ha appena concluso il suo viaggio intorno alle atmosfere cristalline di Antonello da Messina.