Una chiesa di ieri e una chiesa di oggi. Il romanico di San Siro di Struppa a Genova e le «vele» del terzo millennio di Richard Meyer a Tor Tre Teste, periferia di Roma. Fin dalla scenografia che su un pannello gigante riproduce i due templi uno accanto all'altro il convegno «Costruire bene per vivere meglio» indica le proprie intenzioni programmatiche. E cioè aiutare i progettisti e le comunità ecclesiali a costruire «edifici di culto nell'orizzonte della sostenibilità», ma anche e soprattutto restituire all'architettura sacra quella funzione armonica, all'interno della città, che ha sempre esercitato durante i 2000 anni della storia cristiana. Per questo da ieri sono riuniti in un albergo della capitale oltre duecento esperti, liturgisti, architetti e storici dell'arte. E il simposio, organizzato da tre uffici della Cei (problemi sociali e lavoro, beni culturali ecclesiastici e edilizia di culto) vuole «offrire ha detto monsignor Paolo Tarchi, direttore del primo dei tre uffici, nella sua introduzione ai lavori esperienze e contenuti per capire cosa significhi 'costruire bene', cosa ha significato nel passato, cosa significa oggi». La prima sessione, quella dedicata ai fondamenti biblici, teologici ed etici della necessaria attenzione all'ambiente, ha messo in luce una sorta di decalogo della costruzione delle chiese. Queste ultime, ha fatto notare monsignor Karl Golser, presidente dell'Associazione teologica per lo studio della morale, «erano considerate come le 'anticamere del cielo' e perciò costruite in luoghi di grande suggestione, luoghi di forza». Occorre perciò prima di tutto «recuperare anche oggi il sapere dei nostri antenati in armonia con il loro ambiente». Quindi «creare spazi dove le persone istintivamente si raccolgono, sentono il richiamo al silenzio, la forza del sacro e di un armonia con il tutto». Terza regola d'oro, la compatibilità ambientale. «Serve una conversione ecologica ha sottolineato monsignor Golser, citando il Papa . E cioè costruzioni attente alle problematiche ecologiche, agli standard più aggiornati per risparmiare energia e anche all'inserimento delle chiese nel contesto urbano e nel paesaggio». Altre indicazioni sono giunte da monsignor Timothy Verdon, direttore dell'ufficio 'Comunicare la fede attraverso l'arte' della diocesi di Firenze. «La sfida che oggi si pone ha detto l'esperto non è solo quella di realizzare l'aula celebrativa, ma soprattutto di coinvolgere i credenti, pietre vive della Chiesa, in un processo di autocomprensione della propria identità che li porti, in dialogo con gli esperti, alla realizzazione degli edifici di culto». Per questo è necessario «educare alla piena vocazione della comunità cristiana che non è quella di andare passivamente nei luoghi di culto ma di partecipare attivamente alla realizzazione della chiesa-edificio». Vi sono poi le sfide che consistono nel «collegare durante la progettazione forme del passato e tecniche del presente e del futuro», nell'«usare bene la luce e le forme, ma soprattutto nel «far riscoprire l'originale armonia tra casa e chiesa che appartiene alla nostra storia». Un compito «particolarmente difficile in un tempo in cui la casa è solo uno spazio per vivere e non come in passato anche uno spazio spirituale». Il recupero del rapporto casachiesa non ha, per Verdon, una valenza solo personale, ma anche sociale. In un momento in cui «c'è il rischio di ritornare alla città-Babele, compito degli architetti di oggi sarà, dunque, anche quello di articolare un modo diverso con il quale la chiesa possa inserirsi nella città, in modo da ridare un ordine pure trascendente agli spazi del vivere comune». Ordine e armonia sono del resto connaturali alla creazione, come ha fatto notare monsignor Gianfranco Ravasi, citando ampi passi della Scrittura e della tradizione. «L'orizzonte creato ha sottolineato il presidente del Pontificio Consiglio della cultura è sì un panorama mirabile che può essere contemplato con animo romantico (nella Bibbia ci sono al riguardo pagine emozionanti), ma è soprattutto un 'testo', un bagliore del Creatore, una presenza nascosta ma reale». E anche se questa presenza «non significa identità panteistica tra creato e Creatore», ha aggiunto Ravasi, «è Dio stesso che impedisce alla sua creazione pur limitata e fragile di dissolversi». Dunque il messaggio che la Scrittura trasmette, nonostante «l'irrompere sul creato della potenza oscura della libertà umana e del suo peccato di orgoglio e di egoismo», è un messaggio di speranza. «La grande attesa non è dominata dall'incubo di una dissoluzione», ma da «un nuovo cielo e una nuova terra». Quelli che le chiese da 2000 anni contribuiscono a farci pregustare. Si è aperto ieri a Roma un simposio sulla costruzione degli edifici di culto in rapporto alla sostenibilità ambientale L'arcivescovo Ravasi: «Essi sono immagine dell'armonia e dell'ordine della creazione».