Cè chi conserva in casa le vecchie locandine degli spettacoli. Cè chi - come uno dei vecchi dipendenti del teatro - ogni tanto riprende in mano la chiave dei palchi del Petruzzelli o il distintivo portato per decenni sulla giacca grigia, nelle sere in cui arrivavano i grandi della lirica. Un teatro è il regno dei ricordi. E lo è ancora di più a Bari il Petruzzelli, diventato per un po regno del fuoco e della distruzione e oggi simbolo della rinascita. Ci saranno pure le polemiche e i contrasti sulla proprietà del Comune o della famiglia (si è ancora in attesa della sentenza della Corte Costituzionale sullesproprio) ma il Petruzzelli resta il teatro che si spera di riaprire subito. E i baresi sono pronti a testimoniare il passato (e si spera anche il futuro) del Politeama. Tra le tante testimonianze, ci sono quelle di chi è stato musicista sul palcoscenico del teatro o organizzatore, dallo stesso attuale soprintendente Giandomenico Vaccari («Al Petruzzelli - racconta praticamente sono nato») fino ai vari violinisti, artisti del coro. Qualcuno ha più di 80 anni, come il maestro Franco Di Pierro, che qui ha cantato come tenore e che del Petruzzelli ricorda tutto, persino particolari «architettonici» ormai dimenticati. Di Pierro ad esempio torna allimmagine della «cancellata in ferro che si trovava alle spalle del teatro, con un bel giardino di palme. Non sarebbe bello tornare a questa idea dato che i lavori di restauro nascono nella logica del "comera e dovera"?». Un logica che il maestro (un tempo baritono, poi tenore e maestro sostituto del teatro Petruzzelli) sposa in pieno, sottolineando che «anche nel rudere di un teatro aleggiano gli spiriti dei musicisti, dei cantanti, degli artisti, scenografi, costumisti e macchinisti oltre a quelli degli orchestrali e di tutti coloro che hanno creato spettacoli. E questa la magia del teatro che si ritrova in tutte le sale rinate, dal Liceu di Barcellona alla Fenice di Venezia». E via con i ricordi: Di Pierro ricostruisce gli anni passati nel teatro «rosso», con i Ligonzo, Marvulli, Esposito, Cacucci, Trizio. Ricordi che sembrano sgorgare come fiumi ora che il teatro è stato riaperto al pubblico nella «Giornata Fai di primavera» del 6 aprile e ora che dal primo al 31 maggio sarà ancora visitabile, probabilmente anche dalle scolaresche interessate alla mostra in cui si racconta passo dopo passo la storia del restauro; lo «spettacolo della rinascita» che per ora è 15unico spettacolo in scena. I video girati durante,la ricostruzione e la rinascita dei decori: di gesso che un tempo erano al fianco dei palchi sono visibili nel foyer del teatro. Qualcuno ha azzardato che si tratta di calchi «esagerati nelle proporzioni», come ha detto durante la visita del Fai uno degli eredi dei Messeni Nemagna, Ciro Garibaldi. Qualcuno trova forse troppo abbaglianti gli ori della cupola appena rinata, ma è anche vero che mancano (negli spazi oggi bianchi) le, tele di Raffaele Armenise , quelle che dovrebbero essere proiettate sul cupolone con speciali proiettori, al posto dei veri dipinti ormai bruciati. Una proiezione che vedremo, forse, il 6 dicembre.