La Finanziaria offre anche alle società la gestione di parchi e musei. La polemica Ma veramente i beni archeologici e artistici potranno essere venduti ai privati? È una polemica da alcuni mesi aperta che vede impegnati attivamente, in primo luogo, studiosi e difensori della natura pubblica del nostro patrimonio culturale. Ad accendere la polemica è stata la costituzione di una società, «Patrimonio spa» che, nelle intenzioni del Tesoro, dovrebbe valorizzare il patrimonio immobiliare e artistico dello Stato. Ma le preoccupazioni sono venute soprattutto con la Finanziaria 2002, che offre ai privati la gestione di parchi e musei e la legge Tramonti del giugno 2002 che ha reso possibile la costituzione di apposite società per l'alienazione di almeno una parte dei nostri beni archeologici e artistici. L'allarme in Italia e all'estero è ancora oggi enorme. Sono entrati in campo nella polemica rovente anche politici e ministri. Un appello al presidente del Consiglio per «non vendere la bella Italia al migliore offerente» è stato lanciato, su un quotidiano, da Cesare Romiti. Ha scritto Romiti: «Alla legittima preoccupazione di vedere alienati siti archeologici, monumenti, opere d'arte e tesori ambientali si è sempre risposto che "nessuno pensa ovviamente di vendere il Colosseo". In realtà il provvedimento ha rimosso di fatto la garanzia giuridica, lasciando sul campo soltanto quella politica, per sua natura effimera. Ogni rassicurazione si scontra, inoltre, con lo spirito stesso della legge, che crea un pragmatico strumento di capitalizzazione con evidenti e dichiarate finalità economiche». Per la verità, l'attuale ministro ai Beni culturali, Giuliano Urbani, ha sempre smentito future privatizzazioni del nostro patrimonio culturale e la stessa cosa avevano fatto i ministri del centrosinistra (Veltroni e Melandri), che avevano gettato le prime pietre degli attuali provvedimenti. I dubbi però rimangono e di queste perplessità si è fatto interprete Salvatore Settis che ha pubblicato, per Einaudi, un libro dal significativo titolo: «Italia Spa - L'assalto al patrimonio culturale». L'autore è un prestigioso storico dell'arte: insegna alla Scuola Normale Superiore di Pisa, è autore di numerosi saggi e monografie sull'arte ed ha diretto, dal 1994 al 1999, il «Getty Research Institute for the History of Art and Humanities» di Los Angeles. In questi giorni è stato poi nominato consulente del ministro Urbani proprio per la tutela del patrimonio artistico. Professor Settis, il suo libro ha sollevato un vespaio su una materia che era già scottante ma, secondo lei, la possibile privatizzazione di musei, gallerie e aree archeologiche conferma il fallimento della gestione pubblica? «Vorrei intanto far notare che l'alienazione del nostro patrimonio culturale è prevista in modo esplicito dalla legge. Insomma non esiste più quella salvaguardia dei beni archeologici e artistici che esisteva sino al 14 giugno del 2002. Dobbiamo distinguere tra la privatizzazione della gestione di musei e l'eventuale alienazione del patrimonio. Spero che nessuna delle due cose accada. Sono, infatti, due fronti diversi ma entrambi vanno nella stessa direzione». Lei, con un linguaggio molto colorito, ha scritto nel suo libro «i talebani distruttori della propria memoria storica governano Roma». «Mi sono limitato a citare alcuni titoli della stampa straniera. Devo però notare che negli ultimi anni si è verificato un profondo mutamento di cultura istituzionale e civile che ha coinvolto ministri di "destra" e di "sinistra" e, in particolare, gli ultimi tre (Veltroni, Melandri, Urbani). Il discorso è andato radicalizzandosi e Urbani si è spinto, assieme a Tremonti, molto più in là di quanto avessero fatto i suoi predecessori, ma certo questi ultimi hanno spianato la strada». In sostanza i pericoli che lei avverte sono individuabili nel rischio privatizzazione? «Io ho paura che quello che si sta cercando di distruggere non sia il Colosseo, né un Castello valdostano, né il Parco degli Abruzzi, né una piccola e splendida pieve toscana, ma un monumento ancora più grande, ancora più significativo: la secolare cultura della conservazione messa a punto dagli italiani per generazioni e generazioni». Professor Settis, condividiamo pienamente le sue preoccupazioni. Non pensa, tuttavia, che la privatizzazione non costituisca di per sé il male assoluto mentre le virtù sarebbero rappresentate dalla pubblica amministrazione? Vi sono tanti esempi all'estero (ma anche in Italia) che farebbero pensare a modelli positivi di gestione di privati o pubblico privati di musei e aree archeologie. «Io non penso che i privati siano dei barbari. Sostengo che gli operatori privati devono essere chiamati a collaborare alla gestione del nostro patrimonio culturale, ma questo non deve essere fatto smantellando la pubblica amministrazione. Ad esempio, il Guggenheim o il Getty, dove io ho lavorato, o il Metropolitan partono da un modello che si basa prevalentemente sul mecenatismo privato. Il nostro sistema è molto diverso. Secondo la nostra Finanziaria vengono ceduti a privati beni culturali pubblici. Esattamente il contrario delle istituzioni culturali estere, che investono centinaia di migliaia di dollari a fondo perduto. I modelli sono, ripeto, non confrontabili. Ma non possiamo però prendercela solo con Urbani e Tremonti. Siamo tutti noi che dobbiamo mobilitarci per riuscire a provocare una seria riflessione istituzionale, una inversione di tendenza».