Signor Fuksas, lei è l'architetto della futura «Nuvola» e delle forme armoniose, non si sente a disagio a vivere e lavorare in una città come Roma, sempre più in mano ai palazzinari? Disagio è dire poco. Non si può rimanere ostaggi di un gruppo sparuto, e molto spesso anche rozzo, di costruttori senza scrupoli in cerca solo di profitto. Che comprano i giornali per farsi belli agli occhi della gente. Vedendoli all'opera quasi si rimpiangono i loro avi degli anni Sessanta che almeno avevano la decenza di costruire qualcosa che rimanesse nel tempo. In loro si poteva cogliere una logica, un disegno, un'idea. Pensiamo al quartiere dell'Eur. Un'architettura che non ha niente a che vedere con le costruzioni dei palazzinari di oggi. Lasciare la città nelle mani di queste persone equivale a portare Roma alla rovina. Però il sindaco Veltroni non ha fatto nulla per contrastare questo fenomeno, anzi si dice che l'abbia agevolato... Lo so, ed è per questo che adesso è arrivato il momento di fare delle scelte chiare e nette. E mi aspetto un cambio di rotta radicale in questo senso. Ma non darei però tutta la colpa a Veltroni e Rutelli. Roma in quest'ultimo ventennio ha dovuto affrontare una crescita spropositata, mai conosciuta prima. A parte i 2 milioni e 800 mila abitanti residenti nella capitale ce n'è almeno un altro milione e mezzo che sono utilizzatori quotidiani della città. Gestire una massa di popolazione così alta non è semplice. Come giudica questi quindici anni di amministrazione capitolina del centrosinistra? Molto positivi. Ma vi ricordate com'era Roma nei primi anni Novanta? Tutta chiusa in se stessa, una città fatta solo di ministeri e politica. Oggi si riscopre sotto una nuova dimensione, una nuova luce. Con un'economia propria in grado di fare investimenti importanti, culturalmente all'avanguardia e con uno spiccato senso di solidarietà. E il merito va dato proprio a Rutelli e Veltroni, capaci di modificare il dna della città, a regalarle quell'internazionalità che aveva perso e che invece merita. Adesso è finalmente una grande capitale mondiale e non più semplicemente la capitale d'Italia. Quanti complimenti, ma ci sarà pure qualcosa che non va in questa città... Assolutamente. Roma continua ad avere diversi problemi ancora irrisolti. Per molti aspetti è una città invivibile. Caotica, inefficiente nel trasporto pubblico, dall'aria poco pulita, trafficatissima e con pochissime aree pedonali. Ormai vivere in centro è diventato difficilissimo. Si figuri in periferia... Ma guardi che oggi quasi tutta Roma è periferia. Se pensiamo che al centro storico vivono appena 127mila persone, i restanti abitano nei quartieri attorno. C'è però una bella differenza se si vive a Tor Bella Monaca rispetto a Montesacro, o no? Certamente. Lei ha fatto il nome di una delle periferie romane che ha più problemi. Ma ce ne sono tante altre. Roma purtroppo è piena di questi luoghi della disperazione, del disastro, del degrado. I cosiddetti luoghi non luoghi, i luoghi che non hanno un'entità né un'identità geografica ben definita che nascono in modo disordinato e disperato. E fanno vivere in modo disordinato e disperato le persone. Oggi c'è addirittura chi è più disperato di loro: chi una casa non ce l'ha. La cronaca di questi giorni ci parla di nuove occupazioni e di nuove lotte per avere un tetto sotto cui vivere. Come siamo arrivati a questo stato? Sui colpevoli di questo disastro io ho le idee chiare. La responsabilità è di tutti quei ministri dell'economia, da Tremonti a Padoa Schioppa senza distinzione alcuna, che hanno scelto la via della cartolarizzazione. Una scelta a dir poco scellerata. Ma ci ricordiamo della svendita dell'Ina poi regalata a Tronchetti Provera per una cifra ben al di sotto del valore di mercato? Lei approva o condanna chi occupa una casa? Approvo, perché so che a spingerli è la disperazione. Come si può vivere senza un casa? Ma è una guerra tra poveri e tutto questo è inaccettabile. La responsabilità è della politica che non si è mai dedicata a risolvere seriamente il problema. Anche in questa campagna elettorale si sono riempiti la bocca con la promessa di dare un alloggio a tutti, ma non sanno quello che dicono, mancano di competenza sull'argomento. Negli ultimi anni si sono smantellati parti ingenti del patrimonio pubblico, case popolari in testa, senza che nessuno battesse ciglio. Bisogna correre subito ai ripari. In che modo? Mantenendo da un lato intatto il patrimonio pubblico già esistente, e dall'altro ampliarlo. Bisogna avere il coraggio di investire di più. L'edilizia pubblica è un qualcosa di sostanziale nell'economia di un paese. E la casa è un bene primario, il bene che incide di più nel bilancio della famiglia. E, soprattutto, è un diritto. Si potrà mai un giorno uscire dal binomio: casa popolare uguale brutto? Certo che si può, anzi si deve. Basta guardare ad un paese come la Spagna, che ha la fortuna di avere una classe di amministratori con una spiccata cultura dello Stato e della gestione del bene pubblico. Da noi tutto questo manca. Da noi si costruisce e basta, senza una logica. Senza pensare, ad esempio, a dove edificare i nuovi alloggi. Vengono ghettizzati in posti dimenticati da Dio e poi abbandonati a loro stessi senza pensare alla manutenzione. Perciò, puoi farli belli quanto vuoi, in breve tempo prenderanno le sembianze di degrado del posto in cui sono. Altra piaga tutta italiana: l'abusivismo edilizio. In Italia ci sono nove milioni di unità abusive, piccole e grandi. Che vanno dalla veranda privata al palazzo-quartiere di Corviale a Roma. Il problema non è solo estetico ma soprattutto di qualità della vita. In quei posti le persone hanno vissuto male e l'architettura è complice per aver costretto le persone a vivere in questo disagio. Il quartiere Zen di Palermo è tutto uguale, le insulae sembrano campi di deportati. È una visione militare dei problemi umani: una città che rende felici è invece il contrario della rigidità. Le città oggi si migliorano necessariamente se si aggiunge qualcosa? Perché non trasformare l'esistente invece di continuare a cementificare le aree urbane? C'è un problema oggettivo: noi siamo diventati davvero tanti. Quindi non possiamo più pensare come gli illuministi degli anni sessanta del primo centrosinistra che era possibile non costruire più e riutilizzare il vecchio. Si può fare, ma solo in parte. Il 60 della popolazione mondiale vive nelle grandi aree urbane, e il numero è destinato a crescere. L'esistente quindi non basta più, bisogna per forza costruire. L'importante è farlo con logica. Un soluzione potrebbe essere la città policentrica tanto amata da Veltroni? Su questo io ho molti dubbi. Bisogna capire cosa si intende per policentrismo. Se consideriamo policentrica una città come Fiumicino, che di fatto è un quartiere di Roma pur essendo comune a sè, allora sono assolutamente contrario. Quella non è una centralità, è un'imprecisione urbana. Il compito dell'architettura moderna è di aiutare a far vivere bene le persone. E per farlo gli si deve costruire attorno un teatro, uno spazio musicale, uno spazio pubblico. Non come adesso, che il centro d'attrazione in cui far nascere i nuovi quartieri è diventato il centro commerciale. Simbolo del consumismo galoppante.