QUESTA è la storia, davvero pessima e non meno irritante, dello "Zeri tradito": di come l'Alma Mater, l'Università di Bologna, contravvenendo ad accordi assunti con lo studioso italiano più celebre al mondo quando ancora era in vita, ne abbia smembrato e privatizzato l'eredità, forse anche «a fini commerciali» (e vedremo chi lo teme), trasportandola pressoché in toto a Bologna; e alla villa-museo di Mentana, che gli fu carissima, intenda riservare non già il previsto ruolo di Centro di alti studi, bensì un banalissimo futuro da "casa vacanze" per una decina di giorni ad ogni estate. E' la storia di come ormai siano muti, per gli studiosi, la fototeca d'arte più formidabile mai assemblata in Europa (450 mila immagini, molte con al verso preziose annotazioni di pugno dello studioso), e una tra le più straordinarie biblioteche d'arte italiane, con almeno 80 mila volumi. La vicenda è in parte nota; ma assai meno lo sono i suoi più recenti sviluppi. Federico Zeri muore il 5 ottobre 1998, e lascia la villa-museo, foto e libri d'arte all'Università di Bologna: con l'intesa che avrebbe conservato i connotati del luogo, e ne avrebbe fatto una scuola specialistica, come lo stesso Zeri da sempre desiderava; scrivendo a Roberto Longhi spiegava, già nel 1965, che l'avrebbe voluto dedicare allo studioso ottocentesco Giovan Battista Cavalcaselle. C'erano precisi impegni dell'allora rettore Fabio Roversi Monaco. Il resto dei suoi averi è destinato (e vedremo delle curiosità) ad alcune istituzioni, non solo italiane; e il rimanente va all'unico nipote. Una Fondazione nasce a garanzia del tutto: con prestigiosi nomi nei suoi organismi direttivi. E invece, la situazione odierna è la seguente: le fotografie sono da tempo emigrate in una villa bolognese, ufficialmente, così si diceva in un primo momento, per essere catalogate; della biblioteca, che ogni mese veniva alimentata con almeno una cassa di volumi, comprendeva i cataloghi aggiornati di tutte le vendite al mondo, era abbonata ad almeno 15 riviste di prestigio, nessuno si occupa più: ha cessato di essere alimentata ed ordinata; oggi è inutile, abbandonata: altro che un luogo votato ai più alti studi, come voleva Zeri. Ma c'è di più: il nuovo rettore dell'Università, Pier Ugo Calzolari, afferma, in una recente lettera all'assessore del Lazio per la cultura, che la fototeca non tornerà mai più (a Mentana, delle «postazioni informatiche renderanno possibile consultare le immagini digitalizzate a Bologna»); che anche la biblioteca farà un'identica fine (nella villa, «verrà mantenuta» solo «una dotazione di volumi a disposizione dei frequentatori»); che il luogo sarà aperto e vivo, solo per una «summer school e seminari di alto profilo culturale», e soltanto una decina di giorni, nei mesi estivi. Per attuare un tale, forse scellerato programma, l'ateneo bolognese è perfino disposto a rinunciare al contributo della Regione Lazio, 250 mila euro all'anno purché tutto resti, come era stato stabilito e come Zeri voleva, nella villa di Mentana. «Federico Zeri aveva fiducia nell'Università di Bologna e in me; sia l'Istituzione che io, demmo ufficialmente al Maestro tutte (sottolineato: N.d.R.) le garanzie che in Mentana sarebbe nato, nel ricordo di Zeri, un Centro di studi e di cultura di alto livello», ha scritto Roversi Monaco, quando si è dimesso dalla Fondazione; «né ragioni di bilancio, né il progetto di creare una biblioteca di storia dell'arte a Bologna giustificano la rimozione dell'eredità di Zeri», ha scritto Salvatore Settis, quando ha fatto altrettanto; se ne è andato anche un altro illustre studioso già amico di Zeri, Antonio Giuliano; forse se ne va anche Mina Gregori, famosa "vestale" della Fondazione Longhi, contraria a trasferire la biblioteca. Andrea De Marchi, che negli ultimi dieci anni frequentava assiduamente Mentana, dice: «Non è stato nemmeno interpellato chi conosceva la casa, le foto, l'archivio, i libri: perché non s'intendeva perpetuare ciò che esisteva». C'è anche di peggio: sempre nella sua lettera di dimissioni, Roversi Monaco, amministratore delegato dell'Enciclopedia Italiana, la Treccani, rileva che «non ho saputo nulla di come si intende tutelare il diritto dell'intera comunità scientifica a conoscere il vastissimo patrimonio fotografico contenuto nel lascito Zeri»; e ventila perfino l'ipotesi di «uno sfruttamento privatistico e commerciale delle foto». Dietro quelle immagini, spesso, vi sono le note manoscritte dello studioso: attribuzioni, collocazioni, indicazioni sul valore delle singole opere. Chi le possedesse, potrebbe ben aspirare a un ruolo di "re del mercato" d'arte nel mondo. Da un recente verbale della Fondazione si sa che, ufficialmente perché scritte su carta deperibile, certe importanti perizie redatte da Zeri (ne era gelosissimo) sono state «fotocopiate e trascritte». Chissà se ormai, anche diffuse. A Bologna, di catalogare il tutto (che, in 15 anni, non ha mai catalogato l'ingente lascito, inferiore a quello di Zeri, di un altro famoso studioso, Carlo Volpe) s'occupano la professoressa Anna Ottani Cavina, con alcun collaboratori; ma ormai è certo che, anche a catalogazione finita, nessuna fotografia tornerà più a Mentana, da dove, anzi, spariranno anche i libri. Il rettore dice perché il testamento non ne prevedeva la conservazione in loco: e così, si appiglia a un umillimo cavillo. Vivo Zeri, l'Ateneo aveva assunto precisi impegni, in due lettere dell'allora rettore Roversi; lo studioso fa testamento solo cinque giorni prima di morire; e non stava nemmeno male: una settimana dopo, aveva appuntamento con Roversi a Bologna, per consacrare, con un atto ufficiale, il destino della villa-museo. Le sue ultime volontà, tuttavia, omettono la clausola che l'intero lascito debba restare a Mentana; anzi, ed è assai singolare, nel testamento il nome Mentana neppure compare: è descritta la villa, senza però indicare dove sia. Da qui, la fuga dell'Alma Mater da quelli che, con tutta evidenza, sono gli obblighi da essa assunti. E il sostanziale tradimento delle estreme volontà di Zeri. Ma anche alcuni degli altri lasciti dello studioso non sono andati del tutto a buon fine. L'Accademia Carrara di Bergamo ha ricevuto, ed esposto, 50 sculture; ma le basi sono ancora a Mentana, come una statua gigantesca, il busto di un Papa: forse troppo costoso trasportarla? Il Vaticano ha accolto un gruppo di rilievi di Palmira, ma ha rifiutato tre frammenti di sarcofagi, dubitando sulla loro provenienza. L'Institut de France di Parigi non ha ottenuto una testa romana in marmo, già nella collezione del cardinal Mazarino, perché il nostro Paese ne ha proibito l'esportazione. Nella vita di Zeri, non tutto era andato nel più soddisfacente dei modi: è vero, le sue performances televisive avevano trasformato, per la prima volta, l'arte in spettacolo; ma solo Bologna, e assai tardivamente, gli aveva concesso la laurea ad honorem; e sovente, il mondo accademico e "ufficiale" non gli aveva lesinato le critiche. Ma la sua sorte, "dopo", è certo assai peggiore; fa perfino venire dei dolori allo stomaco.
Il Messaggero
11 Gennaio 2003
Zeri, l'ultimo schiaffo
FA
Fabio Isman
Il Messaggero
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Bene culturale
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