Più che una mostra, un appello. E forse anche una denuncia. C'è una parte del patrimonio del Polo museale fiorentino che non gode ottima salute e, peggio, nei suoi confronti non c'è una grande sensibilità. Si tratta degli arazzi, una forma d'espressione artistica che a cavallo tra il XVI e il XVIII secolo ebbe anche in Firenze uno dei suoi centri nevralgici, anche se il know how - come si direbbe oggi - veniva tutto dalle Fiandre prima e dalla Francia poi. Per presentare al pubblico un'emozionante selezione di arazzi d'epoca medicea, ma anche per «toccare con mano» il bisogno di attenzione di cui necessitano alcuni pezzi di questa straordinaria collezione, è stata inaugurata ieri - nelle sale della Galleria del Costume di Palazzo Pitti - la mostra dal titolo «La nascita dell'arazzeria medicea. Dalle botteghe dei maestri fiamminghi alla manifattura ducale dei "Creati fiorentini"». Curata da Caterina Chiarelli e da Lucia Meoni, la mostra presenta fino al 28 settembre gli esordi della manifattura fiorentina, attraverso una selezione di arazzi, uno o due per ciascuna delle serie scelte, conservati nei Depositi di Palazzo Pitti e destinate in origine a Palazzo Vecchio e ad altre residenze medicee. Patrimonio di serie «B» - La bellezza dei pezzi in mostra - non molti a dire il vero ma assolutamente emblematici dei canoni di ricchezza e sfarzo della corte medicea, da Cosimo I a Gian Gastone - è purtroppo bilanciata dalla dimostrazione del problematico stato di conservazione in cui versano alcuni pezzi. Facciamo un ragionamento semplice ma efficace: chi si azzarderebbe a mettere in mostra un capolavoro di Botticelli, di Caravaggio, di Filippino Lippi, di Mantegna o di altri «big» in cattive condizioni? Chi avrebbe il coraggio di mostrare un dipinto di quei maestri con la carta velina appiccicata per evitare le cadute di colore, col manto pittorico sollevato o con condizioni di statica del supporto ligneo compromesse? Probabilmente nessuno. Invece Caterina Chiarelli e Lucia Meoni quel coraggio l'hanno avuto e per la seconda volta nel giro di due anni vengono presentati al pubblico arazzi che non se la passano bene, e che quindi, per le scarse attenzioni che ricevono, parrebbero costituire un patrimonio di serie «B». Era già accaduto durante la mostra «Gli arazzi dei granduchi. Un patrimonio da non dimenticare» tenutasi nella chiesa di San Pier Scheraggio agli Uffizi nella primavera 2006, a cura di Caterina Chiarelli, Giovanna Giusti, Lucia Meoni. Anche questa mostra, mettendo in evidenza le condizioni in cui versa la maggior parte degli arazzi della collezione medicea, vorrebbe sollecitare l'intervento di eventuali sponsors. Dopo la mostra di San Pier Scheraggio l'appello fu subito accolto da due associazioni fiorentine molto vicine alle istituzioni museali: l'Associazione Amici degli Uffizi, che ha finanziato il restauro di una Portiera con lo stemma dei Medici di manifattura medicea su cartone di Alessandro Allori, e l'Associazione Amici di Palazzo Pitti, che ha contribuito in modo considerevole al complesso intervento sulla Deposizione di Cristo nel sepolcro, tessuto dall'arazziere Giovanni Rost su cartone del Salviati. Quest'ultima opera è inserita nel percorso espositivo di questa mostra, dove viene presentata per la prima volta dopo il restauro. Il pezzo che preoccupa di più stavolta è un arazzo enorme - 436x676 centimetri - rappresentante La consacrazione del Battistero di Firenze, intessuto da Benedetto Squilli prima del novembre 1564 su disegno e cartone di Federigo di Lamberto Sustris. Le sue condizioni sono così precarie, che è stato possibile esporlo solo ponendolo su un piano inclinato a 45; appenderlo sarebbe letale. Anche se dei preventivi precisi non sono stati chiesti, le due curatrici hanno riferito che per il suo restauro occorrerebbero 7080mila euro e che questa mostra ha tra gli obiettivi proprio il reperimento di tali fondi. Per un Botticelli o un Caravaggio basterebbe uno schioccar di dita per trovare fior di sponsor; e per il mega-arazzo di Squilli? Numeri e sorprese - Ma la sorprese della «galassia arazzi » del Polo museale fiorentino non sono finite qui. I numeri parlano chiaro: il patrimonio fiorentino conta 950 pezzi, di cui 162 stranieri (fiamminghi e francesi) e 788 fiorentini. Circa 700 pezzi si trovano distribuiti in vari depositi, i rimanenti 250 sono esposti in varie sedi. 150 infatti sono «prestati» a vari enti del territorio e un centinaio si trovano invece fuori Firenze. Di questi ultimi ben 37 pezzi sono «ospitati» nell'ambasciata italiana a Londra che all'inizio degli anni Ottanta si mise in lite con la soprintendenza fiorentina perché si oppose alla restituzione degli arazzi a Firenze. Eda allora dovrebbero trovarsi sempre là: il condizionale è d'obbligo dal momento che più nessuno si è mosso per occuparsene. Anche da questo piccolo episodio si comprende la necessità di prestare maggiore attenzione a questa parte del patrimonio storico-artistico di Firenze. Storia e prestigio - «La rassegna - come ha spiegato la soprintendente Cristina Acidini - segue l'affascinante filo conduttore di una storia tutta fiorentina che ebbe luogo nell'arazzeria impiantata per volere del duca Cosimo I dè Medici nel 1545 e il passaggio del testimone dai primi maestri fiamminghi, Giovanni Rost e Nicola Karcher, ai loro "Creati fiorentini" nel 1555-56, eredi dell'abilità di questi arazzieri e a loro volta insegnanti per i loro successori». La nuova manifattura si avvalse come cartonisti di pittori come Francesco Salviati, Agnolo Bronzino, Federigo Sustris, Girolamo Macchietti o Giovanni Stradano che, conoscendo i metodi praticati nelle Fiandre per la realizzazione dei cartoni, diede un impulso formidabile all'arazzeria fiorentina che proseguì il suo lavoro ininterrottamente per due secoli.