Vita e strategie dei sei siciliani del "Dizionario dei soprintendenti" La nascita del museo di Palazzo Abatellis a opera di Vigni e la decisione di Di Pietro di staccare il Trionfo della morte dal cortile di Palazzo Sclafani Nel 1953 si svolse, nella sede del palazzo del Municipio di Messina la grande mostra di Antonello, celebre sia per lalto numero di capolavori adunati del maestro siciliano che per lallestimento di Carlo Scarpa, coadiuvato da Roberto Calandra. Ad appena otto anni dalla fine della guerra, quella esposizione - ineguagliata sino alla recente occasione della mostra alle romane Scuderie del Quirinale - si poneva come una conferma e insieme un banco di prova per una intera cultura della gestione e della tutela dei beni storico - artistici, dedicata comera non soltanto alla figura del grande pittore isolano ma anche ai suoi legami con un contesto, quello siciliano del Quattrocento, che andava acquisendo caratteri storiografici più netti e definiti. La mostra era stata voluta da Giorgio Vigni, soprintendente alle Gallerie ed Opere darte della Sicilia dal 1949 (lo sarebbe rimasto sino al 57), che per quella occasione promosse una campagna di restauri che, tra laltro, attribuì ad Antonello le tre cuspidi ora conservate a palazzo Abatellis nella stessa sala che ospita, di sbieco, la tavola dellAnnunciata. Giorgio Vigni è una delle sei figure in carica in Sicilia comprese nel "Dizionario biografico dei soprintendenti storici dellarte", unopera edita sotto il patrocinio del ministero per i Beni culturali (Bonomia University Press, 662 pagine, 35 euro, con uno scritto orgoglioso e accorato di Andrea Emiliani) che nella forma del repertorio biografico (il modello è il monumentale "Dizionario biografico degli italiani") costituisce anche la ricognizione su un modello culturale tanto complesso e addirittura allavanguardia per decenni in Europa quanto spesso misconosciuto e, negli ultimi anni, bersaglio di limitazioni, sottrazioni di competenze, insofferenti attacchi verso lesercizio della salvaguardia. E che nel corso dei decenni era stato capace, sulla scorta della filosofia tardoromantica e positivista, di approfondire e allargare la nozione di bene culturale verificandola su un territorio stratificato e ricchissimo come quello italiano, cogliendone i nessi profondi tra collezioni, vicenda urbanistica, articolazione architettonica e contesto paesaggistico, catalogando capillarmente e stimolando in parallelo una azione legislativa in grado di produrre, precocemente, le prime leggi di tutela dei paesaggi storici e le prime normative del restauro moderno. Un sistema di conoscenze e di prassi divenuto via via più complesso, e che il Dizionario misura nella sua storia compresa tra le due date del 1904, quando le Soprintendenze furono istituite, e del 1974, quando fu costituito il primo ministero per i Beni culturali. Sei, dunque, le figure relative alla Sicilia: Enrico Maceri (1915 - 1929), Roberto Salvini (1939 - 1942), Filippo Di Pietro (1942 - 1948), Giorgio Vigni, Raffaello Delogu (1958 - 1965) e Vincenzo Scuderi (1965 - 1988), a cui va aggiunto almeno il nome di Giovanni Carandente, a Palermo tra il 51 e il 54 come direttore dei laboratori di restauro la cui indagine fu fondamentale, tra laltro, proprio per la scoperta dellautografia delle tre cuspidi di Antonello con i Padri della Chiesa. Tra questi personaggi, soltanto il primo e lultimo sono siciliani. Per il resto, Salvini è di Firenze, Di Pietro romano, Vigni senese, Delogu sardo, Carandente napoletano. E ogni volta il diverso contesto di formazione e di studi rappresenta un arricchimento dello sguardo, particolarmente congeniale per una storia come quella dellarte in Sicilia nutrita di apporti differenti e ad ampio raggio; e che non a caso si traduce in indagini pionieristiche e pubblicazioni fondamentali ad esempio sul Chiostro di Monreale (Salvini), su Serpotta e la pittura fiamminga del Quattrocento in Sicilia (Carandente), su Antonello da Messina (Delogu), in uno proficuo scambio incrociato venuto meno, poi, con il passaggio di competenze esclusivo (e la relativa separazione delle carriere amministrative) alla Regione siciliana con la famosa legge 80 del 1978 e la successiva istituzione (1986) delle Soprintendenze regionali. Lestensione delle biografie e le relative bibliografie permettono così di verificare la necessità di quel legame tra conoscenza, tutela e valorizzazione che era sempre stato un vanto dellamministrazione italiana dei beni culturali, e che oggi si tenta al contrario di spezzare separando le competenze; ma consente anche di ripercorrere alcuni passaggi fondamentali della formazione del sistema museale in Sicilia e della gestione territoriale: dalla costituzione dei nuovi musei di Messina (dopo il catastrofico terremoto del 1908, e il recupero di quanto si poteva ancora salvare, artefice Mauceri) e di Palazzo Abatellis (1954, sotto la guida di Vigni), al riordino delle collezioni secondo diversi criteri, metodologie e conoscenze storiche come nel caso del Museo Pepoli o del Diocesano di Agrigento, questultimo effettuato da Delogu insieme a Franco Minissi. Sino a episodi drammatici, come la decisione di Di Pietro di procedere allo stacco dal cortile di Palazzo Sclafani dellaffresco del Trionfo della Morte in seguito ai bombardamenti del '43 (laffresco fu poi ricoverato nel Palazzo Pretorio, dove rimase sino al trasferimento nella Galleria Nazionale della Sicilia), o lemergenza affrontata da Vincenzo Scuderi dopo il terremoto del Belice del gennaio 1968 che rovinò chiese, palazzi e interi centri storici minori. A tutti questi interventi, è bene ricordarlo, era sottesa una metodologia che si era andata precisando nel corso di decenni di studi, sistemazioni teoriche e ricerche sul campo, sempre facenti perno sulla nozione dellinteresse pubblico del bene culturale, e della sua importanza ai fini di una storia condivisa e di una identità collettiva, in Sicilia come altrove. In questo senso, la lettura di queste biografie andrebbe consigliata (anche se dubitiamo che saprebbero trarne vantaggio) a chi, tra i deputati dellArs, qualche anno fa in occasione dellapprovazione di una legge scellerata come quella del silenzio - assenso anche in presenza di vincoli storico - artistici o paesaggistici, sbuffava sprezzante contro le Soprintendenze (tacciate, manco a dirlo, di frapporre laccioli alla monetizzazione sonante delle risorse culturali), nel frattempo lasciate sprovviste di mezzi e di personale. Lamarezza che detta la prefazione di Emiliani a proposito della dismissione perpetrata nei confronti del sistema di conoscenza e tutela di cui le Soprintendenze erano garanti è, in tal senso, ben più di un campanello dallarme sul destino dellintero patrimonio territoriale. A proposito: chissà se il nuovo parlamento regionale che si insedierà tra poche settimane deciderà di recepire la legge sul paesaggio varata come ultimo atto dal ministero diretto da Francesco Rutelli?
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Bene culturale
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