Ingorghi, proteste e macerie abbandonate: si finirà, forse, nel 2011 Il gestore di Princi: "Da un mese non si vede più nessuno, prima almeno gli operai lavoravano" Da un negozio allaltro si cerca di camminare tra cumuli di sabbia e assi che fanno da ponte Gli scavi sono cominciati nel luglio di due anni fa e avrebbero dovuto concludersi tra pochi mesi: inutili i ricorsi di residenti e commercianti Resta una sola ruspa piegata su una spianata di terra, assi di legno in bilico su enormi parallelepipedi di pietra, laghetti di fango e colline di sassi, tubi espiantati dalle viscere della terra. Tutto immobile come altre volte era capitato a questa voragine nel cuore nobile della città, in una storia infinita iniziata nel luglio 2006 e non ancora conclusa. Si erano appena mosse ruspe e scavatrici quando, dopo poche settimane di lavori, i commercianti chiedevano a un giudice di modificare la viabilità della strada e impedire il blocco totale della circolazione. Mesi di cantiere bloccato, finché cittadini e imprese non superano lo scontro con la creazione di passaggi provvisori tra i Bastioni spagnoli. Poi altri mesi di blocco, scanditi dai rilievi archeologici, dallo spostamento della rete metallica ai bordi del cantiere e più lontana dalle case. «Ora, dopo due anni, siamo stanchi di litigare ancora - dicono da Eral 55 - . I pannelli che hanno sistemato ora sono per lo spettacolo, per noi non cambia niente. La piazza resta impraticabile». Dal negozio di abbigliamento allangolo con corso Como bisogna attraversare due metri di strada come in un sentiero di guerra, tra una staccionata e i muri di metallo, poi superare un asse di ferro che fa da ponte sullo scavo di una fognatura, infine percorrere un metro affondando le scarpe nella sabbia. Così si arriva da Princi, per ascoltare lennesima previsione pessimistica tra pizze e panini appena sfornati: «Dovevano chiudere nel 2008, ora parlano di 2011 - dice Angelo, responsabile del negozio - . Intanto da un mese non si lavora più. Prima cerano cinquanta operai. È il deserto». Ora che i rilievi archeologici sono praticamente finiti, lultimo ostacolo allinizio del cantiere vero - quello che dovrà scavare per far spazio a box e rampe, scale e ascensori - è una lettera che da Palazzo Marino è arrivata ai costruttori «per individuare soluzioni alternative alluso dei tiranti», i cavi dacciaio infilati sotto le case, già bocciati dai tribunali in largo Rio de Janeiro e piazza Bernini, e che hanno sbilanciato i palazzi in via Ampere. Così, di nuovo, tutto fermo. «A parte quattro operai che da tre mesi lavorano a un attraversamento di un metro, proprio davanti al mio bar - protesta Giuseppe Catapano, proprietario del Caffè 25, allangolo con via Pasubio - . Prima per la rete del gas, poi quella della luce, poi per le fognature. È la quarta volta che scavano nello stesso punto». Intanto, denuncia Catapano, «abbiamo l80 per cento in meno di incassi. Prima da qui passavano cinquemila auto al giorno, ora zero». «Avevamo chiesto di lasciare percorribile la corsia tra via Pasubio e Monte Grappa - raccontano altri residenti - invece hanno preferito chiuderla e guadagnare con i pannelli pubblicitari. Più i lavori ritardano, più guadagnano». Mentre il cantiere è rimasto immobile, la rabbia dei residenti è diventata rassegnazione. «Chiamiamo limpresa e non risponde nessuno, telefoniamo in Comune e non ci ascoltano. Faccio un esempio - dice calmo da dietro il bancone del Copacabana bar, Salvatore Gionfriddo - ad agosto eravamo riusciti a far allargare lo spazio tra il palazzo e il cantiere. Dopo Natale, è tornata di nuovo una corsia stretta. E al posto della rete, hanno messo questi muri verdi che non ci fanno vedere dalla piazza». Qua e là, a coprire larte, sui pannelli appaiono, inquietanti come un presagio, gli annunci di chi offre «bar in vendita in zona Corso Como. Totalmente ristrutturato. Occasione». Il signor Gionfriddo prova ancora a resistere. Il registratore di cassa del bar, quando va bene, fa settanta euro al giorno. «A volte solo trenta - dice - . Due anni abbiamo resistito. Altri due, non credo. Quando ci sarà il parcheggio, gli alberi e la nuova pavimentazione, forse i nostri negozi non ci saranno più».