Il priore: indifferenza della città e della Curia Una stima precisa non cè ancora, «così a spanne potrebbe trattarsi di un milione e mezzo, forse due milioni di euro». Tanto serve, secondo padre Ildefonso Chessa, per i numerosi restauri di cui ha bisogno la Basilica di Santo Stefano, dalla pavimentazione fino al tetto. Ma questa cifra non si trova: «Unindifferenza che riguarda sia i cittadini bolognesi sia, a un certo livello, anche la Curia, che sa benissimo come la penso». Finora, alla chiamata dei monaci benedettini, che hanno in custodia le sette chiese di piazza Santo Stefano dal 1941, ha risposto solo la Fondazione Carisbo, che ha deciso di finanziare quasi interamente un primo lotto di lavori (partenza prevista verso la fine di maggio) e che riguarda la Chiesa grande, il tetto, lilluminazione e lamplificazione. «Forse riusciremo, un po miracolosamente, a portare a termine questo intervento, ma gli altri due previsti restano ancora scoperti economicamente». Si tratta dei lavori agli infissi storici, al pavimento della chiesa dei santi Vitale e Agricola, e alla facciata esterna che dà su palazzo Melloni, oltre a quelli sulle fondamenta. «Per questo ultimo lotto abbiamo già ottenuto linteressamento del direttore dei Lavori pubblici di Bologna, Raffaela Bruni. Siamo fermi al primo sopralluogo, alle analisi tecniche. Ma stiamo aspettando lautorizzazione della Soprintendenza per partire». E ancora più in attesa di fondi. Fondi che potrebbero arrivare dalla Regione, «che già altre volte è intervenuta. Stiamo aspettando, siamo in una fase interlocutoria». Ma nessuno si è ancora fatto avanti concretamente, e padre Ildefonso medita una raccolta firme e un appello formale a imprenditori e privati, perché abbiano a cuore uno dei luoghi più famosi di Bologna. «Siamo stati in Cina a ritirare un premio e tutti conoscevano Santo Stefano; la Cnn ha fatto uno speciale di quaranta minuti su Bologna e ne ha riservati ventisei alla nostra Basilica. Eppure quello che raccogliamo qui in città è indifferenza», come se lesistenza e la salute di questo complesso architettonico fossero date per scontate, «quando invece è fin dal nostro arrivo che lottiamo e sputiamo sangue perché non ci crolli tutto addosso. Quello che non capisco - continua accorato padre Ildefonso - è come il mondo imprenditoriale possa spendere un milione e seicentomila euro per monitorare la Garisenda, simbolo della città, daccordo, ma che nessuno può visitare, e ignori Santo Stefano, che riceve, ed è una stima non nostra, almeno 400mila visite allanno». Vuole fare breccia nel cuore della cittadinanza, lappello dei monaci benedettini. Vuole smuovere qualche coscienza e più di qualche portafoglio, per portare a termine quei lavori che non possono essere rinviati ancora per molto. «Cè unimportante tela del Francia da sistemare, mi servono 10mila euro e non li trovo. E una cosa assurda, per un luogo che è conosciuto e amato da tutto il mondo, tranne che dai bolognesi stessi».