Niente passaporto per le opere darte di privati. I soprintendenti negano spesso "lespatrio" perché le dichiarano parte del patrimonio collettivo. Così i beni acquistati allasta da collezionisti stranieri non possono varcare i confini italiani anche quando si tratta di opere minori. Secondo Sonia Farsetti (case dasta) la causa è nella mancanza di criteri di valutazione certi, che alimenta la discrezionalità dei soprintendenti. Difficile per le opere darte di proprietà di privati superare i confini nazionali. Nonostante le modifiche introdotte dalla recente riforma del Codice dei beni culturali, il viaggio dei beni allestero resta complicato, ostaggio spesso della discrezionalità dei soprintendenti. A loro è chiesto di valutare se unopera, compiuti i So anni, abbia un valore "minore", e dunque possa uscire dallItalia è finire nella casa di un collezionista straniero, o non possa lasciare il Paese perché degna di far parte del patrimonio collettivo. Il "sì" o il "no" sono pronunciati sulla base di parametri messi a punto 34 anni fa (nel 1974) e contenuti in una circolare dei ministero della Pubblica istruzione, quando il dicastero dei Beni culturali neanche esisteva (fu infatti istituito alla fine di quellanno). Da allora di altre indicazioni non ne sono state diffuse. Più di recente il Codice dei beni culturali ha fatto riferimento a «indirizzi di carattere generale stabiliti dal ministero» (articolo 68), che però non sono mai arrivati. Lultima riforma - si tratta di due decreti legislativi, uno riferito alla parte del Codice relativa ai beni culturali e laltro a quella sul paesaggio, che ancora devono entrare in vigore (si vedano anche gli altri servizi in pagina) dice qualcosa di più, ma non tanto da circoscrivere la discrezionalità dei soprintendenti. Anche perché si tratta di criteri generali già contenuti in precedenti normative. Si specifica, infatti, che «nella valutazione circa il rilascio o il rifiuto dellattestato di libera circolazione, gli uffici di esportazione accertano se le cose (è stata abolita la definizione di "bene", ndr), in relazione alla loro natura o al contesto storicoculturale di cui fanno parte, presentano interesse artistico, storico, archeologico, etnoantropologico, bibliografico, documentale o archivistico (...)» . Ad avere il nervo scoperto sono soprattutto le case dasta. «Limpianto normativo - spiega Sonia Farsetti, presidente dellAssociazione nazionale del settore - è adeguato. Il problema è leccesso di zelo di alcune soprintendenze, che negano lesportazione a opere darte di scarsa importanza, che non hanno interesse per il patrimonio nazionale. E questo perché ilvalore artistico del bene è valutato sulla base di parametri inattendibili e non uniformi». A essere incappato in questo meccanismo è da poco un collezionista straniero, che ha acquistato alcune opere in unasta pubblica e poi si è visto negare il permesso di portarle nel proprio Paese. Si è, pertanto, rivolto agli avvocati, che stanno lavorando a un ricorso gerarchico al ministero, una delle tre vie - insieme al ricorso al Tar e al ricorso straordinario al Capo dello Stato - per impugnare la decisione dei soprintendenti. «Eppure si tratta di beni commenta Farsetti - decisamente minori. Di episodi simili ne accadono spesso. Tempo fa mi è capitato di vedermi negare lattestato di libera circolazione per un pastello di Degas, unopera marginale. La motivazione è stata che nei musei italiani non cerano abbastanza testimonianze di quellartista. Quel pastello ora è costretto a rimanere in Italia, a casa del proprietario (che è un italiano). Infatti, lo Stato non lo ha acquistato». In questo modo - sostengono gli operatori - si deprime il mercato culturale e commerciale. Gli altri Paesi, anche quelli ricchi darte, hanno regole chiare e sono più flessibili. «Paradossalmente - chiosa Farsetti - le opere vanno dove cè più libertà di movimento. A vendere unopera in Italia cè il rischio imponderabile che non la si possa esportare. E il diniego alla circolazione costa caro, perché se è vero che il bene si apprezza da un punto di vista artistico (dato che viene riconosciuto dì interesse culturale collettivo), perde valore commerciale, perché è escluso dagli scambi internazionali».
BENI CULTURALI - Stop alle frontiere per le opere darte di proprietà dei privati
I soprintendenti italiani negano spesso l'esportazione di opere d'arte di privati, affermando che queste sono parte del patrimonio collettivo. Ciò rende difficile per le opere d'arte di proprietà di privati superare i confini nazionali. La causa è nella mancanza di criteri di valutazione certi, che alimenta la discrezionalità dei soprintendenti. Le opere d'arte minori sono particolarmente colpite da questo meccanismo, che può portare a una perdita di valore commerciale. I collezionisti stranieri spesso si rivolgono agli avvocati per impugnare le decisioni dei soprintendenti.
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