E' ora di togliersi di dosso la sindrome del Sacco di Prato «Pensare la cultura per guardare avanti L'esempio di Piero della Francesca a Arezzo Gli Etruschi sono il nostro Piero» -------------------------------------------------------------------------------- PRATO. Chi fa capolino dai merli del castello scopre tutta la città. Giuseppe Centauro, architetto, esperto e docente di restauro, lascia perdere il suo studio professionale, che poi è a due passi, e sceglie di farsi intervistare lassù. Appollaiato sul centro storico di una città che, parola sua, dovrebbe cominciare a togliersi di dosso la sindrome del "Sacco di Prato". Perché se si parla (e tanto) di storia bisogna farlo per guardare avanti. Davvero i pratesi sentono ancora i postumi di un episodio, per quanto terribile, di 496 anni fa? «La città poteva crescere tranquilla, accanto a Firenze. Poi fu tradita e dopo il "sacco" non è più stata la stessa. Credo che i postumi risiedano nell'atteggiamento disincantato dei pratesi di oggi. Direi che siamo un po' tutti figli del "sacco". Ma sarebbe l'ora che ci riscattassimo, guardassimo al futuro dei nostri figli senza legarci soltanto a una semplice interpretazione edonistica del quotidiano che, forse, salverà le poltrone ma non la città». Perché ha voluto incontrarci al Castello dell'imperatore? «Perché, salendo, si lasciano i rumori della città a terra e si abbracciano con uno sguardo dieci secoli di storia. Il castello, con il suo spessore, ci dovrebbe aiutare a trovare la forza per affrontare con il taglio giusto i problemi di oggi. Non fu un caso che l'imperatore scelse Prato come sua sede». Taglio giusto significa anche valorizzare i tesori del passato? «Sì. Per mia natura, però, guardo al presente e al futuro. Il passato ci serve per imparare, per guardare avanti in una dimensione evolutiva. Non sono un nostalgico. O, almeno, non lo sono delle cose. Lo sono di alcune persone che non sono più tra noi». Per esempio? «Leonetto Tintori, un grande pratese. Il 2008 è l'anno del centenario della sua nascita. Mi aspetto che, con questa occasione, la città finalmente gli dia il giusto riconoscimento. Non tanto per portarlo alla ribalta ma per recuperare, attraverso la sua figura, valori etici e capacità di guardare al futuro». Che rapporto ha avuto con Tintori? «Con Leonetto ho vissuto intensamente gli ultimi dieci anni della sua vita. Per me è stata una fase straordinaria. Era un grande maestro e, per quanto avesse 80, 90 anni, era in grado di concepire e capire le trasformazioni in atto e il futuro della città con la stessa freschezza di un ragazzo. La sua vicinanza mi è servita molto nella mia formazione come didatta». Torniamo in cima al castello. Che cosa vede da qui e che cosa le piace? «Vediamo le testimonianze romaniche e quelle del Rinascimento, proprio qui accanto con la chiesa delle carceri. Da qui c'è anche la percezione di un territorio che è alla fondamenta della città. Si vede la Calvana che ci riporta alla prima fondazione dell'insediamento che, adesso, sappiamo non coincidere più con l'anno mille ma essere più remoto, con ascendenze etrusche, pre-romane e addirittura più antiche. Del resto, questo è il baricentro della piana e, a monte, è il punto nel quale il valico appenninico è più basso. Senza contare le ricchezze minerarie del Monteferrato e la riccheza d'acqua. Grandi risorse che si uniscono alle qualità geografiche della zona e che gli antichi conoscevano bene». È una storia rimasta a lungo nascosta. Perché? «Ci sono episodi che hanno segnato le sorti della città, la cui storia, nell'ultimo millennio, è stata diversa e la cui potenza è stata economica. Si può dire che la sua rivincita è stata sul Mercatale, che è la terza piazza d'Italia e che il luogo che ha fatto la città con i primi traffici legati alla transumanza. La vicinanza dell'acqua è stata fondamentale, così come lo è stata, nei primi del Novecento, come forza motrice per il settore tessile». Dall'acqua alle gore, il passo è breve. Con il senno di poi, averle interrate è stato un errore? «È una scelta fatta più di quaranta anni fa. Con le gore sono stati cancellati segni importanti dei quali oggi si avverte la mancanza. Il luogo stesso della produzione, del resto, è diventato un altro, più artificioso». Qual è il suo rapporto personale con la città? «Sono pratese e un rapporto con Prato l'ho sempre avuto. Ho frequentato lo scientifico al Cicognini, ho respirato qui l'aria degli anni Sessanta e Settanta con le aspettative e le idealità di allora. Però, ho poi svolto gran parte della mia attività professionale fuori. Per 15 anni, tra l'altro, ho curato il progetto Piero della Francesca ad Arezzo che, credo, sia un buon esempio per Prato». Perché? «Negli anni Ottanta, Arezzo viveva una fase di declino e di perdita d'identità. Intorno alla figura di Piero della Francesca è nata una risorsa importante, una nuova forza propulsiva. Si è capito, in sostanza, che i beni culturali sono un elemento in grado di produrre ricchezza, energia e convizione». È proponibile qualcosa di simile anche qui? «A Prato non mancano le qualità. Manca la reale convinzione che, investendo su questi valori, si possa fondare una nuova prospettiva di sviluppo, beninteso senza dimenticare l'industria, ma riducendo la monosettorialità che oggi è il vero limite. Prato è una città d'arte prima ancora che una città fabbrica». Veniamo a un argomento che le sta a cuore: gli etruschi «Ecco, gli etruschi potrebbero essere il nostro Piero. Le scoperte degli ultimi anni, inaspettate e straordinarie, non hanno prezzo. Perdere questa occasione, perché non si vuol capire o vedere, è una sciagura. Da uomo di scienza, capisco bene che inizialmente ci sia stato scetticismo; una volta toccata con mano la situazione, però, l'atteggiamento doveva essere diverso. A Gonfienti sono emersi elementi straordinari anche dal punto di vista artistico, reperti che da soli valgono un grande museo. Eppure si minimizza, con tutto l'interesse a tenere un profilo basso. È qualcosa d'intellettualmente inaccettabile. Facciamo di tutto. Un convegno internazionale, se necessario. Ci siamo imbattuti in una città unica e in una dimora di straordinaria grandezza. Non accontentiamoci della relazione di un funzionario».
PRATO - Pensare la cultura per guardare avanti
Giuseppe Centauro, architetto e docente di restauro, parla della città di Prato, che secondo lui dovrebbe "togliersi di dosso la sindrome del 'Sacco di Prato'". La città, che fu tradita e saccheggiata nel 496, non è più stata la stessa dopo l'evento. Centauro crede che l'atteggiamento disincantato dei pratesi di oggi sia il problema. La città potrebbe crescere tranquilla, accanto a Firenze, ma non è così. Centauro propone di valorizzare i tesori del passato, come il castello dell'imperatore, per affrontare i problemi di oggi. Menziona l'esempio di Piero della Francesca ad Arezzo, che ha aiutato la città a trovare una nuova forza propulsiva.
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