Impossibile rifare i piani e revisionare le aree protette L'allarme di Rinaldi, soprintendente ai Beni culturali e paesaggistici di Brescia: difficile far fronte ai nuovi compiti BRESCIA«Mai più ecomostri». «Arriva il codice salva-paesaggio». «Lo scempio non abita più qui», «Il paesaggio ritorna allo Stato». A leggere la rassegna stampa del ministero dei Beni culturali, all'indomani del via libera definitivo del Consiglio dei ministri al codice Rutelli, gli amanti del Belpaese avranno tirato un sospirane di sollievo. Basta licenze di deturpare in sub-delega, basta strapotere dei Comuni e di esperti ambientali più di nome che di fatto. L'ultima parola, in materia di paesaggio, è tornata allo Stato. Anzi, a dire il vero, pure la prima. Perché il nuovo codice, partorito dalla commissione presieduta da Salvatore Settis, rettore della Normale di Pisa, ha imposto alle Soprintendenze un parere vincolante preventivo, sulla conformità degli interventi ai piani paesaggistici. Fino ad oggi, invece, le stesse Soprintendenze erano tenute solo a un controllo di legittimità, successivo alle autorizzazioni dei Comuni. Insomma, i soprintendenti tornano ad essere «scudo del paesaggio». Già. Ma quanti ce ne sono di questi paladini ministeriali del verde, di questi baluardi del territorio, di questi salvatori della veduta perduta? Metti la Lombardia, per esempio. «A Brescia spiega il soprintendente Luca Rinaldi, che ha giurisdizione anche su Mantova e Cremona siamo in 4 architetti a tempo pieno, più 3 part-time. A Milano, cui fanno capo tutte le altre province lombarde, gli architetti sono 13, più altri 5 alla Direzione regionale». Bastano? «Da noi il carico di pratiche è tra le 9 e le 10 mila l'anno. A Milano attorno alle 25 mila. Insomma, siamo già allo stremo. E adesso, anziché controllare le pratiche, dovremmo istruirle, quindi fare tutti i sopralluoghi e via dicendo. E rispondere non più entro 60 giorni, ma entro 45. In più, dovremo partecipare alla commissione Stato-Regione per rifare i piani paesaggistici e revisionare entro un anno tutte le aree vincolate. Fate un po' voi». Rinaldi non è il solo a lanciare l'allarme. Il segretario generale della UilBac (Beni e attività culturali), Gianfranco Cerasoli, elogia lo spirito della legge. Ma aggiunge: «Ora però iniziano i veri problemi. Le Soprintendenze non sono assolutamente in grado di attuare tutte le novità del codice, mancano le risorse finanziarie per garantire la presenza del personale tecnico-scientifico sul territorio e mancano almeno mille tra architetti, archeologi, storici dell'arte e altre professionalità». Insomma, la strada imboccata è quella giusta, su questo anche Rinaldi non ha dubbi. Ma senza «carburante» si rischia di non arrivare alla meta. 0, peggio, che qualcuno decida di ingranare la retromarcia. Per evitarlo, il soprintendente un'idea ce l'avrebbe. «Si potrebbero utilizzare, come consulenti, esponenti di associazioni come Italia Nostra, il Fai, Legambiente, che in questi anni tanto si sono battuti per difendere il paesaggio. Certo, non potrebbe trattarsi di consulenze gratuite». Insomma, servono soldi. Ma, in fondo, se il nuovo codice stanzia 15 milioni di euro per finanziare chi demolisce gli ecomostri, perché dovrebbe lasciare a mani vuote chi aiuta a non farli costruire?