MILANO - Lui li ha definiti «archi-carnefici», loro ostentano indifferenza o respingono al mittente le accuse di aver «sfigurato» Milano con le loro opere. Gli architetti chiamati in causa da Adriano Celentano non hanno gradito per niente lattacco del "molleggiato" sul suo blog. Daniel Libeskind, Arata Isozaki e Zaha Hadid, che stanno trasformando in zona residenziale larea dove sorgeva la vecchia Fiera di Milano, scelgono di non commentare, cosi come il loro committente, il consorzio City Life. Parlano invece Massimiliano Fuksas, che ha firmato il progetto della Nuova Fiera di Rho-Pero e Mario Botta, che qualche anno fa ha ristrutturano fra mille polemiche il Teatro alla Scala. Entrambi invitano lautore del «Re degli Ignoranti» ha informarsi meglio. «Evidentemente non conosce la questione - precisa Fuksas che a Rho-Pero ha firmato la celebre "vela" - Potrei rifarmi a quando hanno già detto sia il sindaco di Milano Letizia Moratti che il presidente del Consiglio Romano Prodi. Cè un post-ambientalismo che si sveglia solo quando cè da prendersela con nomi famosi e tace quando anonimi geometri costruiscono interi quartieri con lavallo di destra e sinistra. Non mi sento un "archi-carnefice" e, a quanto so, nellarea dellExpo sorgerà un parco. Lo ha detto anche il sindaco Moratti. Non mi sembra di vedere orde barbariche in arrivo. Non ho mai lavorato per i palazzinari, mai per Zunino e Ligresti. Il mio progetto per la nuova Fiera è quello che mi ha dato più soddisfazioni nel mondo». Dello stesso avviso Mario Botta, impegnato attualmente nella realizzazione di un nuovo museo a Charlotte, nel North Carolina e di un auditorium a Rimini. «Ognuno è libero di pensarla come crede, ma sono convinto di avere lavorato sempre per il bello. Oltretutto, mi sembra che il sindaco Moratti abbia chiarito che il simbolo dellExpo non sarà certo un grattacielo. È finita lepoca della Torre Eiffel. Larchitettura moderna ha dato esempi bellissimi. Mi auguro che i nostalgici si ricordino ciò che diceva Karl Kraus: anche la vecchia Vienna una volta era nuova. Non è detto che per pregare si debba essere solo in una chiesta romanica. Celentano non dimentichi che il nostro primo committente è la collettività. Questa voglia di stare fermi e non far nulla mi fa molta tristezza. Noi architetti siamo come emigranti di lusso che vanno là dove il lavoro ci chiama».