MILANO «Ma come è possibile. Non ci posso credere...». Mike Bongiorno si sta riposando in Engadina, ma questa della torre Expo che forse non si fa più, proprio non la digerisce. Il fatto è che la torre di 200 metri che avrebbe dovuto essere il simbolo dell'esposizione, non convince Letizia Moratti: «È un simbolo dei secoli passati, meglio un centro per lo sviluppo sostenibile, nodo di una rete internazionale ». Ma Mike non ci sta: «È un qualcosa che si vedrebbe dagli aerei che arrivano a Milano, un'immagine forte. E non è vero che i grattacieli sono simboli del passato: in tutto il mondo si continuano a costruire e, soprattutto, se ne continua a parlare. Oggi fanno palazzi stupefacenti, la torre potrebbe avere una forma strana, essere fatta con materiali speciali... ». Mike prende fiato: «L'Expo è la cosa più grandiosa capitata a Milano dal dopoguerra, non sono certo che i milanesi l'abbiano capito». Di Massimiliano Fuksas si sa: è favorevole alla torre. Il fatto nuovo è che l'architetto, dichiaratamente veltroniano, si conquista il plauso del direttore del Secolo d'Italia Flavia Perina. La quale contrappone l'Italia dei geometri al «simbolo bello, ardito, svettante» che attribuisce a Fuksas. La torre fa storcere il naso agli architetti. Ma non a tutti. Anzi. Sandro Balducci, direttore del Diap del Politecnico di Milano, una delle più prestigiose scuole d'urbanistica in Italia, dice: «Un simbolo territoriale è necessario. E nella città infinita ci vuole qualcosa che anche da lontano faccia capire che lì succede qualcosa di eccezionale. Nell'Emscher park, la zona di riqualificazione della Ruhr, ciascun progetto è affiancato da un'opera d'arte verticale che lo fa riconoscere ». Soprattutto, Balducci invita a ricordare che «la torre non sarà il parallelepipedo che si vede nei rendering. Sarà l'oggetto di un concorso internazionale da cui potrebbero uscire idee straordinarie». Tra i sostenitori, anche il giallista-architetto Gianni Biondillo: «Gli Expo sono sempre rimasti nella memoria collettiva per certi segni, magari trash: pensi all'Atomium di Bruxelles. Inoltre, la torre sarebbe fuori dal comune di Milano: un grande segno per rendere esplicito il fatto che Milano è un territorio molto più ampio». Però, i nemici della torre sono tanti. E agguerriti. Mario Botta, il maestro ticinese che ha dato nuova vita alla Scala, si mette le mani nei capelli: «L'idea della verticalità della città mi sembra talmente scontata che piuttosto io là ci farei una voragine. Un simbolo ci vuole, ma io penserei a qualcosa legato al verde. Ci sono tecnologie straordinarie, l'unico problema è legato ai tempi: un grande impianto del genere richiede anni per consolidarsi e arrivare al risultato». La torre come segno di comunicazione? La creativa Annamaria Testa replica: «Ciascuna idea ha bisogno di un simbolo: ma deve essere adeguato a ciò che vuole rappresentare. Le nuove strutture materiali e mentali sono espanse, leggere, sostenibili. Per "nutrire il pianeta" forse la torre non è il simbolo più adatto». Ma è anche questione di metodo: «Costruiamo prima con chiarezza la visione, quello che vogliamo dire. A quel punto, il simbolo verrà». E Oliviero Toscani: «Ma quali torri, quali grattacieli. Vediamo se Milano è davvero creativa, o lo è soltanto per borse e scarpe. L'Expo è una gioia, ma rabbrividisco nel pensare al comitato che dovrà gestirlo. Mi candido: se Moratti vuole, farò il direttore d'orchestra di una squadra di talenti». E l'architetto Vittorio Gregotti: «Basta con la retorica, gli Expo servono a fare marketing urbano, migliorare la struttura della città, creare occasioni di lavoro. L'importante è che qualcosa resti. Da questo punto di vista, ci sono stati eventi molto positivi, ma anche i disastri Siviglia e Osaka. Un grande sviluppo concentrato in un solo punto della città non è quello che ci serve».