Il custode penetrò di notte coinvolgendo nel piano due guardie ma il processo condannò solo i ricettatori -------------------------------------------------------------------------------- Fu forse la prima ferita inflitta al patrimonio artistico siciliano dallunità dItalia: nella notte fra Natale e Santo Stefano del 1870, da una stanza del Real Museo - oggi Archeologico Salinas - sparirono calici, pissidi, cesellate, aspersori e anelli, doro e dargento; cammei e pietre preziose; monete antiche. I carabinieri ne stimarono il valore: 18.647 lire, equivalenti a 74.554 euro e qualche spicciolo. Il quotidiano LAmico del Popolo concordava sul «valore intrinseco», ma stimava il «valore relativo» - oggetti dinteresse storico e artistico - in circa 30.000 lire cioè 119.946 euro. In poche parole, un bel colpo. Scalpore sui quotidiani palermitani. Costernazione al ministero dellIstruzione Pubblica, che chiedeva conto e ragione al professor Gaetano Daita, presidente della Commissione di Antichità e Belle arti. Il ministro, non potendo più far altro, stabilì che solo il direttore, da quel giorno in poi, avrebbe custodito tutte le chiavi del museo. I ladri, infatti, non avevano fatto altro che aprire con le chiavi la porta principale del museo, e la stanza degli armadi con il tesoro. Il rapporto della polizia precisava che «gli oggetti preziosi e il monetario erano ben custoditi in un locale con porte ben solide e chiuse con forte serratura e un grosso catenaccio a lettere, il di cui congegno è talmente formato da non potersi aprire se non da colui il quale conosce il segreto della lettera assegnatavi». La parola segreta, per modo di dire, era: «monete». Per polizia e carabinieri, ovviamente, la mano che aveva aperto era interna e anche abbastanza maldestra. Per sviare tanto facile ipotesi investigativa, gli autori del furto avevano avuto la pensata di aprire una breccia sul pavimento di un ufficio, un altro cera già nel controsoffitto della stanza del tesoro. Il buco della prima stanza era stato aperto di recente; il secondo, di molto antecedente, era «così stretto che nemmeno un bambino avrebbe potuto passarci»; dovunque cera polvere senza tracce dimpronta. Il primo ad essere sospettato e fermato fu il guardiano, Giovanni Paderna, insieme con una mezza dozzina di persone; ma lunico a rimanere in carcere fu lui: era il solo a conoscere il segreto della parola. Le indagini si conclusero a marzo, con larresto dei due fratelli Antonino e Sebastiano Ciotti - il primo bersagliere municipale, cioè guardia daziaria, e laltro guardia di P. S. - cugini di Paderna. La questura ricostruì così la vicenda. Ideatore del furto era stato il guardiano, sospettato di aver già rubato per conto suo, un po alla volta, alcune pietre preziose dagli oggetti sacri. Temendo di essere scoperto aveva pensato di rubare tutto quanto. Ci aveva messo poco a convincere Antonino Ciotti. La notte di Natale, Paderna andò a cercare il cugino Antonino e lo trovò a casa del fratello Sebastiano; cerano anche altre tre guardie di questura, con famiglia: «si sollazzavano a desco». Cera poco da sollazzarsi, disse Paderna, e chiese al cugino di andar via con lui. Dopo un paio dore tornarono. Dovevano nascondere la refurtiva a casa Ciotti, che chiese la chiave alla moglie Ninetta. La donna non voleva dargliela «lasciandosi prendere da volgare gelosia e sospettando che il marito volesse in propria casa darsi piacere con unaltra donna». Alla fine gliela diede. Ma nei giorni seguenti continuò a chiedere spiegazioni, quello non ne poté più e le confessò di avere nascosto in casa una cassetta piena doro e pietre preziose. Le raccomandò il segreto, che la moglie non seppe mantenere e ne parlò alla suocera, scongiurando che non dicesse nulla allaltro figlio Sebastiano. Quello era pur sempre una guardia, avrebbe raccontato tutto ai superiori per far carriera. Poteva una madre nascondere un tal segreto con un figlio? Anche Sebastiano seppe qualcosa e non andò a raccontarla in questura. Anzi, accolse in casa sua Antonino e la moglie: quei due vivevano in una casa senza un letto degno di farci nascere il figlio in arrivo. Durante il trasloco, Sebastiano si accorse di una cassetta sgangherata, che però Antonino voleva portar via a tutti i costi, sinsospettì, riuscì a frugarci dentro e «si accorse del prezioso contenuto». Lo disse al fratello e «vennero a contesa, si spregiarono, si minacciarono scambievolmente». Nonostante tutto, continuavano a vivere insieme finché la moglie di Sebastiano, terrorizzata, impose al marito di cacciarli. Antonino e Ninetta andarono ad abitare nel vicolo Matteo Lo Vecchio nel rione Albergheria, che la bizzarra toponomastica palermitana dedicava a un crudele capo degli sbirri del XVIII secolo. Per qualche giorno, Antonino riuscì a contenere la bramosia del denaro, infine cedette. Incaricò un certo Fasone, «faccendiere tristissimo» a comprargli un «finimento doro». Era già assiduamente controllato dalla polizia, che «quando lo vide sfoggiare elegantemente in arnese e vivere in una condizione di agiatezza superiore ai mezzi che ritraeva dallimpiego», capì di essere sulla pista giusta. Il 20 marzo del 71 scattarono perquisizioni simultanee nelle case dei sospettati, fra i quali Sebastiano. Anche lui conosceva il faccendiere, che gli «regalava a quando a quando qualche mancia perché lo tollerasse nel gioco del lotto clandestino, volgarmente inteso scalora». La perquisizione a casa di Antonino Ciotti fu fruttuosa: un delegato di P. S. trovò sotto il pavimento «alquanti oggetti doro e dargento, fra i materassi trovò due pezzi doro massiccio, in una cassetta rinvenne altra porzione doggetti e sequestrò tre scalpelli e alcuni brillanti». Portò tutto in questura e tornò subito ad effettuare una perquisizione più accurata. In unintercapedine ricavata «con raffinata scaltrezza tra larchitrave della porta» recuperò «tutte le monete doro e dargento, i cammei, le corniole ed il rimanente degli arredi sacri fatti in pezzi». Il questore nel suo rapporto riferì che alla verifica finale mancavano «poche monete antiche», ma non poté tacere che «i pezzi di oreficeria ridotti in frantumi non valgono ora che il prezzo del metallo». I due fratelli Ciotti, Fasone e Paderna furono processati in Corte dAssise due anni dopo. La Gazzetta del Popolo, uno dei quattro o cinque quotidiani che uscivano in città, pubblicò ampi resoconti delle udienze: avvenimento eccezionale, a quei tempi i giornali concedevano alla «Cronaca locale» notizie in pillola. La sentenza sembrava scontata. Il sopralluogo della Corte al Museo fece intuire che non sarebbe stato così. Paderna era difeso da due dei più agguerriti e influenti avvocati del Foro palermitano: Cuccia e Puglia, i quali tentarono con ogni mezzo di mettere in difficoltà i giurati. Chiesero, invano, che si riaprissero i buchi trovati nel pavimenti delle stanze; volevano dimostrare che un uomo poteva passare agevolmente attraverso unapertura larga venti centimetri. Il 19 agosto, dopo appena mezzora di camera di consiglio, la Corte, presieduta dal commendator Guccione, emise la sentenza: Paderna assolto, come anche Fasone; Antonino Ciotti condannato a cinque anni e Sebastiano a sei, tutti e due solo per ricettazione. La Gazzetta del Popolo commentò: «Condanna di due ricettatori. Ma lautore?» Il questore Albanese e il prefetto generale Medici furono più espliciti con il ministro dellInterno, Lanza: «Questo verdetto ha prodotto in città sfavorevole impressione e la stampa fu unanime nel deplorarlo fa ben dubitare della moralità del magistrato». Le fonti: Archivio di Stato di Palermo, fondo PrefetturaGab. Busta 33. La Gazzetta del Popolo, LAmico del Popolo, Il Precursore, Giornale di Sicilia, anni 1870 e 1875.