E' stata firmata una nuova Convenzione tra il Ministero per i beni e le attività culturali e la Confindustria. Nuova perché ve ne era già in vigore un'altra firmata nel 1996 tra l'allora Ministro Veltroni e Giorgio Fossa. Questa è più essenziale, meno ambiziosa e nasce sulla base dell'esperienza precedente che, con rammarico, non ha dato i frutti attesi. Forse ha ragione il Presidente di Confindustria D'Amato quando, prima della firma, ha pubblicamente confessato che il mondo delle imprese non ha ancora colto appieno il significato e, soprattutto, il valore che riveste il patrimonio culturale come propulsore dello sviluppo economico del Paese. Ma anche il Ministro Urbani non ha potuto fare a meno di riconoscere che c'è ancora troppo poco privato nella valorizzazione e gestione dei beni culturali. L'esperienza maturata in circa 10 anni di applicazione della legge Ronchey (che ha introdotto i cosiddetti servizi aggiuntivi nei musei, nelle aree archeologiche e nelle biblioteche) non consente di fare un bilancio positivo se non per il miglioramento del livello di accoglienza che ha prodotto in tutti quei siti in cui sono stati realizzati. E' infatti sempre più frequente il numero di imprese che rinunciano o abbandonano i servizi che si erano visti aggiudicare. Burocrazia e diffidenza persistono a scapito della qualità dei servizi e del ruolo delle imprese. Ora questa nuova Convenzione prova a concentrarsi su pochi obiettivi. Predisposizione di un programma di comunicazione per informare le imprese dei possibili campi di intervento e dei benefici, fiscali e non, che ne possono derivare; diffusione delle conoscenze circa le esperienze più significative di collaborazione pubblico-privato, con l'ausilio delle Autonomie locali; incentivazione di interventi per favorire la messa in rete delle risorse culturali e dei servizi turistici in una logica di promozione dei bacini (in altri termini dei distretti); promozione di studi di fattibilità per il ripristino paesaggistico in aree degradate; attività di formazione della dirigenza centrale e periferica del Ministero per diffondere una nuova cultura gestionale. Per le modalità operative si rinvia ad apposite convenzioni, mentre si indica già un'area pilota (il polo turistico del Golfo di Napoli, dai Campi Flegrei alla Penisola Sorrentina) per sperimentare la costituzione di un "bacino" per la cultura, lo sport e il turismo. La Convenzione è aperta ad altri soggetti pubblici o privati interessati. Molti dei nodi che riguardano il rapporto pubblico-privato sono rimasti sullo sfondo. D'altra parte una Convenzione non poteva scioglierli. Tuttavia sarebbe stato utile richiamare in premessa che occorre compiere uno sforzo per fare qualche passo avanti: dalla riforma della legge Ronchey alla promulgazione del Regolamento che disciplinerà le modalità con cui affidare la gestione di un bene culturale ad enti pubblici non statali, così come per citare qualche problema aperto. Avrebbe reso tutti più consapevoli che se non si sciolgono alcuni nodi diventa difficile un maggior coinvolgimento del sistema delle imprese. Allo stesso tempo non si può non rilevare che questa Convenzione, visti gli enti firmatari, lascia scoperto il tema delle relazioni fra Confindustria e Enti locali. Anche in questo caso c'è una Convenzione firmata nel 1997 che necessita di una riformulazione. E' infatti soprattutto a livello locale (e nelle città d'arte) che si realizzano rapporti e collaborazioni tra pubblico e privato con la finalità di ricentrare lo sviluppo economico scommettendo sulla valorizzazione e gestione del patrimonio culturale. Molte sono già le esperienze che si sono realizzate e, anche se non tutte portano il segno positivo, hanno prodotto cultura di progetto e sistemi di concertazione, proprie delle buone pratiche. Toccherà innanzitutto alla Associazione dei Comuni Italiani farsi avanti per completare un quadro di relazioni pubblico-privato di cui se ne avverte la necessità.